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Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!
Pubblichiamo e sottoscriviamo il comunicato di Silenzio Assordante
Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!
Nadia è una ragazza di 19 anni che è detenuta da due mesi nel Cie di Ponte Galeria, il lager alle porte di Roma in cui lo stato italiano rinchiude le persone immigrate senza il permesso di soggiorno.
Ma Nadia in realtà non è “propriamente” un’immigrata: è un’italiana che vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Lo stato la considera una straniera, da rinchiudere ed espellere, perché è nata in Italia da genitori marocchini.
Una doppia violenza, che si aggiunge a quella patriarcale subita all’interno delle mura domestiche.
Nadia e sua sorella, infatti, avevano denunciato il padre per violenza. E dal carcere il padre le ha “espunte” entrambe, per vendetta, dal rinnovo del permesso di soggiorno.
Inizialmente affidata a una casa-famiglia, Nadia è fuggita per costruirsi autonomamente la vita che desiderava, ma si è ritrovata senza documenti ed è stata rinchiusa nel Cie.
Dopo aver subito la violenza maschile, ora Nadia subisce anche quella dello stato che le nega la libertà personale e rischia di essere deportata in Marocco, il paese di origine dei suoi genitori, in cui in realtà lei non è mai stata.
Non solo Nadia, ma tutte le donne rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria sono vittime di una doppia violenza, patriarcale e statale, proprio come lei.
La maggioranza delle detenute sono infatti vittime di tratta, che hanno trovato nella prostituzione forzata l’unica via di accesso a un percorso migratorio. Mentre le altre spesso sono rinchiuse nel Cie perché – come Nadia, Adama, Faith e le altre di cui non sapremo mai nulla – sono state così “ingenue” da chiamare la polizia per denunciare uno stupro o un tentato stupro: si aspettavano di essere sostenute e invece hanno trovato solo gabbie e recinti, ulteriori violenze e la prospettiva di una deportazione forzata.
In questi ultimi tempi il dibattito politico italiano si è concentrato spesso sulla possibilità di attribuire i diritti di cittadinanza ai figli e alle figlie dell’immigrazione. Paradossalmente, ne ha parlato anche il presidente Napolitano, tristemente noto per aver dato il nome alla legge che ha istituito gli ex Cpt, oggi Cie (la legge Turco-Napolitano del 1998). Ma negli interventi che abbiamo ascoltato i diritti sembrano riservati solo a chi si comporta come un “bravo cittadino integrato”, che aderisce acriticamente ai valori dell’italianità, senza mettere in discussione il potere esercitato dallo stato capitalista. Tutti gli altri sono considerati clandestini da sfruttare, rinchiudere e deportare.
Anche i casi di violenza domestica e di femminicidio che hanno coinvolto le comunità migranti sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica, proprio allo scopo di rinforzare la retorica dello scontro di civiltà, che serve a giustificare le politiche islamofobe, xenofobe e securitarie. Gli uomini immigrati sono rappresentati come stupratori che minacciano il corpo delle donne italiane, mentre le donne immigrate (specie se musulmane) come vittime di padri violenti e famiglie retrograde. Ma il movimento femminista ha saputo smascherare la strumentalizzazione e l’etnicizzazione dello stupro, affermando con decisione che il patriarcato è universale e che la violenza domestica non ha confini e non dipende dal passaporto.
Nadia è una giovane donna che ha avviato un percorso di autodeterminazione, ribellandosi sia alla violenza maschile che a quella dello stato.
Nadia – così come tutte le altre donne recluse che subiscono la violenza statale e patriarcale – non deve passare un minuto di più nel lager di Ponte Galeria!
Mentre scriviamo ci arriva proprio da Nadia la notizia che oggi pomeriggio uscirà dal Cie.
Condividiamo la sua gioia per l’imminente liberazione ma continuiamo a lottare al fianco di tutte le altre donne recluse nei lager di stato.
Nadia libera! Libere tutte! Liberi tutti! Chiudere tutti i Cie! Abbattere le frontiere!
Silenzio Assordante (Radio Onda Rossa)
II. Corpi che non contano
Un altro omicidio si aggiunge a quello di cui avevamo dato notizia qualche giorno fa. Anche questa volta si tratterebbe di una prostituta immigrata.
Ma quante prostitute, donne e trans, italiane e immigrate, vengono ammazzate ogni anno? E perché quando si parla di femminicidio non vengono (quasi) mai ricordate?
Riportiamo la notizia ansa
Ragazza cinese trovata morta a Milano. Sul collo della ragazza, seminuda, sono stati rinvenuti segni di strangolamento (04 gennaio, 09:39)
MILANO – Una ragazza cinese e’ stata trovata morta in un appartamento di viale Jenner. Sul collo della ragazza, seminuda, sono stati rinvenuti segni di strangolamento. A scoprire il cadavere e’ stato il proprietario dell’appartamento preso in fitto dalla ragazza.
E’ probabile l’omicidio della giovane, scoperto soltanto nel pomeriggio di ieri, sia in realta’ avvenuto il giorno prima. Secondo le prime ricostruzioni, la ragazza, dall’apparente eta’ di circa vent’anni, sembra si prostituisse nell’appartamento in cui e’ stata trovata. Gia’ ascoltati dai carabinieri alcuni residenti del civico 46 di viale Jenner.
Corpi che non contano
Trovata uccisa prostituta colombiana a Trento, fermato un italiano
ultimo aggiornamento: 01 gennaio, ore 15:26
Trento – Il corpo agonizzante di una donna, una colombiana 26enne che si prostituiva in casa, è stato trovato nella sera del 31 dicembre, intorno alle 20, in via Brennero.
Trento, 1 gen – Delitto a Trento. Il corpo agonizzante di una donna, una colombiana 26enne che si prostituiva in casa, è stato trovato nella sera del 31 dicembre, intorno alle 20, in via Brennero, nel capoluogo trentino.
La ragazza, portata in ospedale non ce l’ha fatta, morendo poco dopo il ricovero.
Dopo la scoperta del delitto la Squadra Mobile di Trento ha arrestato un italiano, già in carcere a Spini di Gardolo (Trento).
Le indagini sono coordinate dalla Pm Alessia Silvi della Procura della Repubblica di Trento
(adnkronos)
L’assassino si chiama Claudio Ghesla, 49enne residente a Calceranica al Lago, nell’Alta Valsugana…
Riflessioni di genere e classe su Cie e sdoganamenti
Siamo ormai arcistufe di leggere articoli che insistono sulla tesi del “raptus omicida” del fascista Casseri, né abbiamo mai tollerato che ogni atto femminicida venisse ricondotto ad un “raptus”.
Il femminicidio e la violenza contro le donne sono strumenti del dominio patriarcale, così come la violenza xenofoba è lo strumento della società razzista e classista.
Attenzione: stiamo dicendo “strumenti” e non “prodotti”, sia chiaro.
Detto questo, proseguiamo nel lavoro di smascheramento delle complicità con fascismo e razzismo e, al proposito, vi proponiamo le Riflessioni di genere e di classe sui Cie a cura delle compagne del martedì autogestito di Radio Onda Rossa (potete scaricarlo da qui), nonché le riflessioni di una compagna sullo sdoganamento delle fasciste in un preciso ambito “di dddonne” – da cui ci siamo sempre e volutamente tenute alla larga.
LA TRAGEDIA DELL’AVANSPETTACOLO
Vorrei partire dall’aporia che Giorgio Agamben individua nella analisi della Filosofia dell’hitlerismo di Lévinas[1] per riflettere su quanto è accaduto a Firenze, pochi giorni fa.
«L’eredità biologica è un destino – mostriamo di essere all’altezza di questo destino, in quanto consideriamo l’eredità biologica come un compito che ci è stato assegnato e che dobbiamo adempiere?»[2]
Agamben, a parziale commento del precedente passo del biologo e ideologo nazista Verschuer, sostiene che l’aporia del nazionalsocialismo risieda nella folle volontà di trasformare le condizioni fattuali dell’essere umano in un compito storico: la biologia è destino, per l’appunto.
Tale dispositivo biopolitico – l’assunzione della stessa vita biologica come compito politico supremo – è oggi superato? L’autore risponde negativamente alla domanda: «è probabile che il mondo in cui viviamo non sia ancora uscito da questa aporia».
Parlare di destino biologico di fronte all’omicidio di due lavoratori originari del Senegal può forse apparire fuorviante, ma è indubbio che allo stragista Casseri il colore nero della pelle – ricercata come merce di lusso in quel mercato ricco di tanti colori e profumi diversi – deve essere apparsa come la più odiosa delle eccezioni innaturali del suprematismo bianco al quale si onorava di appartenere. Sebbene il militante fascista differisse per una schietta e tradizionale forma teorica dalle posizioni mimetiche di CasaPound, appare sempre più evidente la sua relazione politica con il partitino di Via Napoleone III.
Complicità, zone grigie, ambiguità e obliquità fanno da sfondo a una strage che vede imputate e imputati niente affatto contigui all’universo neofascista italiano, ma che continuano a gettare fango nel solco che divide la teoria fascista dalle analisi antifasciste.
Sono di poca importanza i nomi, come in uno schedario facile da dimenticare (passano i governi come passano i volti, una longeva notorietà è un traguardo che pochi-e possono vantare), mentre è essenziale rendere conto di dinamiche e appostamenti politici che ogni giorno contribuiscono a cucinare la minestra nella quale organizzazioni di destra radicale affondano il cucchiaio per nutrirsi e pascere sempre più grasse.
Da compagna e da femminista ho disertato la piazza delle nuove nazionaliste di SeNonOraQuando? principalmente perché ritenevo perfino eccedente il legame autoalimentante tra le parole d’ordine e la partecipazione da protagoniste di alcune fasciste di lunga carriera, in particolare del partito FLI.
Flavia Perina, una tra le promotrici di SNOQ e delle comizianti di piazza in febbraio e nel luglio senese, è stata tra le ideatrici, sul finire degli anni Settanta, della rivista fascista femminile Eowyn. Ha condiviso, assieme a Isabella Rauti (assente polemicamente al corteo, e mai tanto rimpianta dalla portavoce del Pd Concita De Gregorio), Annalisa Terranova e altre camerate, l’impegno militante e intellettuale di revisionismo storico per una lettura anti-femminista delle fasciste di Mussolini e della Rsi. L’obiettivo critico delle Eowyn e del Centro Studi Futura mirava a delineare la compiutezza del destino femminile grazie al regime fascista, l’unico ad aver saputo coniugare “la «donna muliebre», fiera della sua specificità ma capace anche di far propria un’etica dai tratti «virili», fondata su rigore, stoicismo, controllo di sé, eroismo e, ancora, «la donna cittadina», «piena di energia morale, d’orgoglio per la patria, di
disprezzo del pericolo, di culto dell’onore, dotata di una spiccata personalità, non chiusa nella casa, non affogata nella famiglia, che sappia sentire, in perfetta sincronia, all’insegna della solidarietà nazionale, l’amor di patria e l’amore della famiglia»”[3].
L’amor di patria e della famiglia erano senza dubbio le uniche preoccupazioni delle SNOQ, così come il patto generazionale tra figlie-madri-nonne-sorelle, il tutto all’insegna della riproduzione per la Patria, mentre invisibili gridavano dalle parole assenti le migranti e le immigrate – ovvero quelle che vengono e quelle che restano – assediate dentro mura spesse di luoghi concentrazionari chiamati Cie, vettori di razzismo di Stato difesi e sostenuti da improbabili alternative di governo. Dicevamo delle complicità e dei luoghi obliqui.
Ma non credo che il problema sia facilmente di chi quelle piazze e quei contenuti ha costruito, in un tentativo mal riuscito di lobbismo mercificato e di mercificazione del corpo delle donne come corpo della patria, per suggellare una nuova sintesi politica che persino le manovre pari-opportuniste di Monti sono riuscite a sprecare.
Si poteva e si doveva disertare quella piazza nazional-colonialista?
«Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo. Perciò nessuna può essere nemica di ciò che esiste, né trasgredire l’omertà che investe tutto»[4].
L’appuntamento mediatico è stato costruito così accuratamente che molte hanno scelto di comprare il ruolo di “presenti criticamente”, così “sinistramente” abbandonato e vuoto, vendendo in cambio – di fatto – l’ennesima accettazione di un patto sociale di sdoganamento politico di fasciste amiche degli stragisti di ieri e di oggi.
In quell’ennesimo, brutto Spettacolo da varietà decadente gli ombrelli rossi sono sembrati solo abiti di scena, e la loro trasgressione – qualora l’avessero avuta – è parsa la medesima espressa dalla cocaina ben dosata da Ferida e Valenti sulle macerie fumanti della Repubblica Sociale.
Sono i contesti o i concetti a fare di un atto una rivolta? O occorrono abbinamenti un po’ più complicati di un ombrello quando non piove?
La minestra era indigesta, soprattutto perché in un siffatto mare il fascismo può calare le sue lenze e abilmente intossicarne le acque in vista di una ricca pescata.
Ma non è tutto. Qual è la portata di una resa semantica al nemico? Si è riuscite a comprendere la posta in gioco, in queste occasioni?
Lo Spettacolo va avanti, anche grazie al ruolo di comparsa che molte hanno scelto di giocare, in quelle occasioni, per paura di non esistere non essendo state presenti.
Io non mi preoccuperei troppo di questo, perché vive e presenti non lo sono state comunque. Non lo sono state nell’impedire con la loro presenza che le fasciste comiziassero dai palchi, né che lo facessero le altre con parole d’ordine biopolitiche, volte al controllo dei corpi delle donne e non certo alla loro liberazione.
Adesso abbiamo assistito ai cortei antirazzisti con bandiere e presenze di Stato che con una mano danno (la loro pelosa solidarietà e la cittadinanza ai “clandestini” ormai morti) e con l’altra tolgono (segregando corpi di donne e uomini migranti nei Cie).
Cortei schizoidi con parole d’ordine vuote come i risparmi delle lavoratrici e dei lavoratori, anche di quelli che ieri erano “abusivi”, oggi da morti ipocritamente “colleghi”.
Continua il flusso mediatico dello Spettacolo, che «isola sempre da ciò che mostra la cornice, il passato, le intenzioni, le conseguenze. Quindi è totalmente illogico. Dato che nessuno può più contraddirlo, lo spettacolo ha il diritto di contraddirsi da sé, di rettificare il suo passato. L’atteggiamento altero dei suoi servi quando devono portare a conoscenza una nuova versione, e forse ancor più falsa, di certi fatti, consiste nel correggere brutalmente l’ignoranza e le interpretazioni sbagliate attribuite al pubblico, mentre erano essi stessi che si affrettavano il giorno prima a diffondere quell’errore, con la loro abituale sicurezza. Così, l’insegnamento dello spettacolo e l’ignoranza degli spettatori passano indebitamente per fattori antagonistici, mentre in realtà si generano a vicenda»[5].
Solidarietà a tutte le vittime del razzismo.
Irène Hamoir.
[1] G. Agamben, Heidegger e il nazismo in La Potenza del Pensiero. Saggi e conferenze, Ed. Biblioteca Neri Pozza 2010, pp. 329-40.
[2] O. Verschuer, Rassenhygiene als Wissenschaft und staatsaufgabe, Frankfurt am Main, Bechhold, 1943, p.8.
[3] Centro Studi Futura, Gli angeli e la rivoluzione. Squadriste, intellettuali, madri, contadine: immagini inedite del fascismo femminile, Ed. Settimo Sigillo, 1991, pp. 8-9.
[4] G. Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, Ed. SugarCo, 1990, pag. 27.
[5] Ivi, pp. 32-33.
Letture didattiche
Da questo documento emergono i legami e le relazioni esistenti tra alcuni agenti della questura di Pistoia e i testimoni dell‟accusa del processo per i fatti di Casapound Pistoia dell‟ 11 Ottobre 2009. Più in generale, emergono legami tra agenti della Questura di Pistoia ed esponenti dell‟estrema destra neofascista pistoiese, tra cui membri del Circolo Casapound “Agogè”.
Così incomincia il dossier che il Comitato parenti e amici degli arrestati livornesi per i fatti di Pistoia ha consegnato, nel settembre del 2010, ai giornalisti.
Il circolo Casa Pound Agogè è proprio quello frequentato da Gianluca Casseri.
Non possiamo che consigliarvene caldamente la lettura…
Italiani: brava gente?
Volentieri pubblichiamo le riflessioni di una compagna all’indomani della strage fascista di Firenze. Ma vorremmo fare alcune premesse.
In questi giorni si moltiplicano le richieste di chiusura delle sedi di Casa Pound, ma non si nominano gli altri covi fascisti (skinhouses, sedi di forza nuova, …). E poi, chi le dovrebbe chiudere queste sedi? La ministra dell’interno, cioè quella stessa Cancellieri che, mentre commissariava Bologna, ha sempre garantito agibilità a Casa Pound?
E’ dal 1989, quando venne ucciso a Villa Literno il rifugiato sudafricano Jerry Maslo, che ad ogni omicidio razzista sentiamo le solite litanie. Ma questo non ha impedito la morte violenta di altri/e immigrati/e nelle caserme, nelle carceri, nei cie, nei campi, nelle “baraccopoli”, nelle strade, nei cantieri. Per non parlare delle violenze e delle vessazioni inflitte quotidianamente a donne e uomini immigrati da parte di padroni, forze dell’ordine, “tranquilli cittadini”, ecc.
Scendiamo in piazza domani al fianco della comunità senegalese, ma con la consapevolezza che le centinaia e centinaia di violenze fasciste (tra gennaio 2005 e dicembre 2008 si sono verificate almeno 329 aggressioni fasciste e 161 atti vandalici/danneggiamenti inneggianti al nazifascismo) e razziste sono un dato di fatto che non si affronta con gli slogan né con la delega a chi oggi piange lacrime di coccodrillo.
Per rispetto nei confronti delle vittime del razzismo occorre rompere ogni complicità, definitivamente, e fare una volte per tutte i nomi dei responsabili dello sdoganamento neofascista avvenuto negli ultimi vent’anni..
Prima di tutto i nomi di coloro che, dal cuore delle istituzioni “democratiche”, hanno coccolato, finanziato, corteggiato i neofascisti per avere in cambio voti e cani da guardia. Quelle istituzioni “democratiche” sono le stesse che hanno reso impossibile la vita di molti/e a colpi di pacchetti sicurezza e ordinanze razziste, coadiuvate da magistratura e forze dell’ordine.
Poi i nomi di quei politici o intellettuali “di sinistra”, come Paola Concia del Pd, che si sono prestati al giochetto del “dialogo” coi neofascisti.
Poi ancora i nomi dei media “democratici” che, mentre alimentano un clima di paura nei confronti degli immigrati, da sempre occultano la crescente presenza neofascista dietro l’espressione “giovani di destra”, come se si trattasse di innocui boy scouts.
Un militante di Casa Pound fa una strage di immigrati e la televisione ci propina Iannone con la sua favoletta ritrita dell’”associazione di promozione sociale e volontariato”!
Scriveva ieri, sul Manifesto, Saverio Ferrari:
[...] Ieri notte da Roma è stata indirizzata a tutti i responsabili locali di Casa Pound la seguente email: «Comunicazione interna urgente e riservata. Fare quadrato ora significa: negare la sua appartenenza al movimento, cancellare ogni traccia, stare zitti e far parlare solo i dirigenti autorizzati». [...]
Nel paese in cui una sentenza della Cassazione (Cassazione penale, sez. V, 12 dicembre 2007, n. 46306) disconosce il valore sociale e morale dell’antifascismo, un dato di fatto parla chiaro: la repressione contro le/gli antifa. Soltanto nei primi mesi di quest’anno si conta un totale approssimativo di 325 provvedimenti in tutta Italia tra denunce, arresti, perquisizioni e obblighi di dimora. Per non parlare delle cariche contro i cortei antifascisti in occasione delle aperture di sedi fasciste… Ma questa è prassi normale: il 13 dicembre a Firenze la polizia ha caricato perfino donne e uomini senegalesi che manifestavano per l’orrenda morte dei loro fratelli avvenuta poche ore prima.
E non facciamoci ingannare da operazioni mediatiche quali quella contro Militia – avvenuta, guarda caso, all’indomani della strage di senegalesi. Quel Boccacci arrestato l’altro giorno – leader del già disciolto nazifascista Movimento Politico Occidentale (poi diventato Movimento Politico), nonché organizzatore, nel ’96, della manifestazione per il boia della Fosse Ardeatine Priebke – è lo stesso che, il 26 marzo 2011 a Milano, in conclusione di un corteo neofascista ha fatto dal palco il saluto romano, al fianco del negazionista Romagnoli, mentre la piazza gli rispondeva “Viva il duce”. Quel giorno, lo ricordiamo, a Milano sono state arrestate/i 43 antifasciste/i che avevano cercato di impedire quel corteo…
Italiani: brava gente? – Riflessioni all’indomani della strage di Firenze
Come tante altre compagne e altri compagni antirazzisti o immigrati, sono profondamente ferita dalla strage avvenuta a Firenze il 13 dicembre. Una strage in cui ci hanno lasciato la pelle due uomini di origine senegalese – Diop Mor e Samb Modou – e altri tre rischiano di lasciarcela nelle prossime ore – Dieng Moustapha, Mbengue Cheikh e Soucou Mor. Una strage il cui autore, Gianluca Casseri, ha un perfetto pedigree fascista: ideologo razzista, antisemita e negazionista, frequentatore di Casa Pound, …
Ma, oltre che ferita, sono anche profondamente schifata dalla viscida ipocrisia che, ancora una volta, si manifesta dopo l’ennesima strage razzista in Italia e a pochi giorni dall’ennesimo raid contro un campo rom. Chi si sbraccia a dire che si è trattato di un folle, chi a dire che il gesto di uno non rappresenta l’Italia e altre simili quanto inutili “amenità”. Peccato che il razzismo sia una pratica quotidiana in questo paese, come possono testimoniare tutte le donne e tutti gli uomini approdati qui dai paesi impoveriti.
Sociologi ed “esperti” vari strabordano oggi sui quotidiani, ma fra tutte queste lacrime di coccodrillo nessuno – dicasi N E S S U N O – che nomini nemmeno lontanamente il nesso che c’è tra l’esistenza dei lager per immigrati in Italia – i Centri di identificazione ed espulsione – e la violenza razzista.
Forse perché la violenza razzista è di destra e antidemocratica, mentre i Cie-Cpt sono stati creati dal centro-sinistra con la legge Turco-Napolitano, dunque sono democratici per sillogismo?
Eppure ci sarà un nesso tra l’esistenza di questi lager di Stato e chi si sente legittimato a dare fuoco a un immigrato che dorme su una panchina o a un campo rom o ad ammazzare dei senegalesi al mercato, no?
Da oltre dieci anni in questo paese si è tornati a convivere con i campi di concentramento (già visti nelle colonie italiane così come in Italia); di decreto in decreto la reclusione in essi si è prolungata – prima due mesi, poi sei, ora siamo a quota un anno e mezzo… – confermando ancora una volta il ruolo che svolgono nella gestione del mercato del lavoro migrante. E se si convive con i campi di concentramento o con le quotidiane stragi di migranti in mare e alle frontiere, perché non si dovrebbe convivere anche con queste altre stragi razziste?
Ditemi: che differenza passa tra chi ha votato la creazione dei lager durante il governo Prodi per poi piangere sui morti di razzismo e Casa Pound che, oggi, ha mandato all’ambasciatore senegalese le proprie “sentite condoglianze” per i morti della strage? Ma ditemelo schiettamente, per favore, e senza farci ricamini intellettuali né salti mortali.
Io, come altri/e compagni/e sono stata denunciata per essere andata sotto ad uno di questi lager senza chiedere il permesso a nessuno. Letteralmente “per aver promosso una manifestazione non autorizzata nei pressi del CIE di via Mattei predisponendo un impianto per la diffusione acustica [...] e prendendo la parola” – così suona l’avviso di conclusione delle indagini. Eh già: volevamo comunicare con donne e uomini segregati nei lager della democrazia, far sentire loro la nostra vicinanza a fronte di una reclusione fatta di umiliazioni e violenze quotidiane. Che grave reato in questa democrazia, in questa Italia che “non è un paese razzista”!
Non racconto questo per vantarmi né per vittimizzarmi. E’ solo un dato di fatto. Così come è un dato di fatto che a Bologna siano stati portati a processo – con l’accusa di “associazione per delinquere” 27 tra compagne e compagni per le lotte condotte contro i Cie, oltre che contro lo sfruttamento e le nocività. E prima che a Bologna era già successo a Lecce e a Torino. Ci avevano provato anche a Milano. Insomma, è prassi consolidata.
E vi dirò di più, perché il disgusto è ormai tale da farmi vomitare. E allora è bene vomitare quello che si ha sullo stomaco da mesi.
Premetto che parlo di me non per egocentrismo – come qualche anima stronzetta potrebbe magari pensare – ma perché il femminismo mi ha insegnato l’importanza del partire da sé, ovviamente senza poi fermarsi a sé (quello sì che è narcisismo!). Dunque parto da me per parlare con cognizione di causa.
Chi mi conosce ricorda bene quanto mi sia impegnata sulla questione delle violenze di genere all’interno dei Cie. Ora aggiungo un tassello che ci riporterà in un baleno all’argomento di questa mia riflessione.
Pochi giorni prima che si riuscisse, dopo una lotta estenuante, a far finire l’odissea di una donna nigeriana rinchiusa in uno di questi lager, uno strano personaggio ultracinquantenne viene ad abitare nel medesimo casale isolato in cui mi ero trasferita da un anno, sull’appennino emiliano. Nel momento stesso in cui si presenta mi racconta di essere un ex appartenente a Gladio, e di aver abitato a pochi metri da casa mia a Milano – che scherzi fa il “caso”, eh?! Di lì a poco, con un pretesto, mi mostra la sua pistola.
Non vi sto a raccontare quanto siano stati sereni i mesi successivi. Basti dire che stava nel casale 24 ore su 24, e sulla sua pagina Facebook aveva messo una foto in cui si ritraeva armato di tutto punto e specificava che la sua “attività” era “duce”. Qualche giornale sicuramente lo definirebbe “depresso e isolato”, dato che prendeva anche psicofarmaci…
Chi si occupa da anni di servizi deviati, fascisti e golpisti mi ha poi spiegato che, intorno a quel genere di strutture, hanno sempre gravitato – pur senza comparire nelle liste “ufficiali” – dei personaggi esaltati e “fuori di testa” – appunto: “depressi e isolati” – che magari tornavano utili per certi lavori “sporchi”.
Circa un anno più tardi ho dovuto lasciare di corsa quella casa per mettere in salvo me e le mie gatte, dopo che “ignoti” si erano introdotti in casa mia per ammazzare una delle gatte e farmela trovare nell’armadio al mio rientro.
Se c’è bisogno di prove per dire chi abbia ucciso la mia gatta, bastano certi verbali di polizia per dire che le lotte antirazziste cui da sempre partecipo danno assai fastidio.
Il 12 dicembre scorso, anniversario della strage di Piazza Fontana, nonché giorno che precedeva la strage razzista di Firenze, con le compagne e i compagni sono ritornata sotto al Cie di Bologna. Come sempre la polizia si è schierata con scudi e manganelli.
Ancora una volta leggi fasciste (773/1931) e leggi razziste (40/1998) si sono ritrovate a braccetto per cercare di impedire la solidarietà antirazzista. Sinceramente, non m’importa che mi arrivi un’altra denuncia per aver “osato” portare un saluto a donne e uomini segregati, ma vorrei almeno potermi risparmiare l’ipocrita piagnisteo di chi, di fronte all’ennesima strage razzista, ancora vuole difendere questa democrazia che costruisce lager e accetta, come è avvenuto recentemente a Cuneo, la costituzione in parte civile di Casa Pound in un processo contro alcuni antifascisti. Un processo in cui, fra gli imputati, ci sono anche dei nipoti di partigiani.
Sullo sdoganamento istituzionale e “bipartisan” dei gruppi neofascisti negli ultimi vent’anni ci sarebbe tanto da dire, ma qui mi fermo. Per ora…
Nic, 14/12/2011
( Parma, 2008: comando dei vigili urbani – camera di sicurezza)
Bologna, 12 dicembre: processo non accidentale alle anarchiche e agli anarchici
Nel 42° anniversario dell’orrenda strage di Piazza Fontana, che i tribunali italiani hanno decretato essere senza responsabili, a Bologna comincerà il processo alle compagne e ai compagni anarchici del Centro di documentazione Fuoriluogo.
Poco importa che quella data sia uno scherzo del destino o una coincidenza non casuale: rilevante è che, a distanza di quarant’anni, lo Stato capovolga la storia portando sul banco degli imputati compagne e compagni che si sono spesi generosamente nelle lotte contro lo sfruttamento, le nocività e i Cie-lager della democrazia.
L’attacco alle compagne e ai compagni di Fuoriluogo, accusati di “associazione per delinquere”, oltre ad essere un’operazione sporca e manipolatoria è anche un segnale chiaro a tutte e tutti coloro che si riuniscono in collettivi e gruppi informali per contrastare lo stato di cose esistente.
Come compagne, femministe e lesbiche ci schieriamo apertamente dalla parte di Fuoriluogo
- perché con queste compagne e questi compagni abbiamo condiviso un tratto di percorso nella lotta contro i Cie, nel pieno rispetto delle reciproche specificità e senza dover fronteggiare alcun tentativo di egemonia;
- perché per noi la vera associazione criminale è quella di chi devasta, saccheggia, militarizza e bombarda le vite e i territori in nome del profitto e degli interessi di pochi;
- perché siamo consapevoli del nostro essere “fuorilegge” nel momento in cui abbiamo scelto di contrastare, senza mediazione alcuna, la violenza patriarcale dello Stato, dei suoi apparati e dei suoi servitori in divisa;
- perché non ci interessano né la spartizione del potere né le briciole istituzionali offerte alle donne per addomesticarle e farle complici di un sistema fondato sull’ingiustizia di classe e sul suprematismo razziale;
- perché sappiamo che la montatura orchestrata ai danni delle/dei Fuoriluogo è la prova generale della gestione repressiva del conflitto sociale che va allargandosi e radicalizzandosi, una gestione repressiva che non risparmierà nessuna/o e davanti alla quale è eticamente urgente prendere una posizione netta ed esprimere solidarietà attiva a chi ne è attualmente colpita/o;
- perché, come donne autodeterminate, conosciamo fin troppo bene la strategia di intimidazione, criminalizzazione e repressione di chi non accetta di piegarsi alle norme dominanti: la storia delle caccia alle streghe e dell’internamento delle donne ribelli ne è testimonianza.
A tutto questo vogliamo anche aggiungere il nostro disgusto nei confronti delle infami operazioni giornalistiche che hanno sostenuto l’operazione giudiziaria contro le/i Fuoriluogo. Innanzitutto da parte di quei pennivendoli che, all’indomani delle perquisizioni e degli arresti, di una compagna che apprezziamo e stimiamo ne hanno fatto un ritratto volutamente caricaturale e perverso, proprio in quanto donna e donna “matura”. E poi anche da parte dell’ Espresso che, con il pretesto di un’inchiesta sui “black bloc”, ha ritratto le/i Fuoriluogo come un gruppo di fanatici squadristi, razzisti e sessisti, allo scopo di delegittimare e screditare con l’infamia non solo questi compagni e compagne, ma anche chi, come noi femministe e lesbiche, ne ha condiviso un tratto di strada.
Il 12 dicembre saremo in piazza a Bologna, al fianco delle compagne e dei compagni di Fuoriluogo e facciamo appello alle compagne, femministe e lesbiche che lottano contro le gabbie e le violenze dello Stato patriarcale perché partecipino al presidio indetto in piazza del Nettuno a Bologna a partire dalle ore 10.00 – o, in alternativa, ad organizzare nei propri territori iniziative di solidarietà con le/i processati e contro questo sistema di profonda ingiustizia sociale, di repressione e di controllo.
Noinonsiamocomplici
Coordinamenta femminista e lesbica di collettivi e singole-Roma
Collettivo Femminista Magliana-Roma
GLF- Gruppo di lavoro femminista-Roma contro i Cie e contro il controllo sociale
Alcune compagne milanesi
(leggi qui il comunicato Il 12 dicembre 2011 lo Stato processa gli anarchici, con gli appuntamenti bolognesi)
Esercizi di memoria
La sera del 30 novembre Adama è uscita dal lager bolognese. Ne siamo felici e le auguriamo di liberarsi al più presto anche dai percorsi di “protezione sociale” che, come abbiamo già avuto modo di verificare, troppo spesso infantilizzano disciplinando la gestione della vita (orari, comportamenti, ecc.) e del denaro.
Rimane aperta, in ogni caso, la questione Cie. La violenza nei confronti delle donne e degli uomini rinchiusi in quei lager non può essere, per noi, occultata dall’ipocrisia istituzionale di una sinistra che usa la terribile storia di una donna per rifarsi una verginità politica dopo aver creato, oltre un decennio fa, quei lager per migranti.
Non intendiamo farci abbindolare da dichiarazioni quali quelle pubblicate su un noto quotidiano all’indomani della “liberazione” di Adama:
Bologna non è rimasta indifferente. “Una vergogna” l’aveva definita il sindaco, e tutta la sinistra si è mobilitata. Dopo la denuncia di Migranda è intervenuto il ministro degli interni Anna Maria Cancellieri promettendo una “verifica scrupolosa” e un approfondimento in tempi rapidi.
Per questo, e perché la memoria storica non sia un passatempo ma una pratica, riteniamo importante pubblicare la riflessione di alcune compagne romane sulla genealogia dei Cie.
CPT- CIE
I Cie, Centri di identificazione ed Espulsione, sono nati non per internare persone che hanno commesso un reato, ma che non hanno il permesso di soggiorno nel nostro paese.
Sono stati creati come Cpt con la legge 40/1998, Turco-Napolitano, primo governo Prodi, Giorgio Napolitano ministro degli Interni, Livia Turco ministra della Solidarietà Sociale, Luigi Berlinguer ministro della Pubblica Istruzione, Pierluigi Bersani ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato, Tiziano Treu ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, Rosy Bindi ministra della Sanità, Walter Veltroni ministro dei Beni Culturali.
La legge fu approvata con votazione ad appello nominale. Votarono a favore anche il Partito della Rifondazione Comunista, compreso l’attuale segretario del Sel, Niki Vendola.
La legge ha introdotto il principio di detenzione amministrativa per cui si può essere internate/i per una condizione, creando un vero e proprio “vulnus” nel concetto di diritto.
La detenzione per condizione e non per reato, porta alla reclusione “amministrativa” di soggetti che per quello che sono e non per quello che fanno, sono passibili di condanna, detenzione e/o internamento.
Il fatto che una condizione, poi, venga rubricata come reato, nulla toglie al concetto di base, anzi lo aggrava, perché rende manifesta l’azione dello Stato di arrogarsi il diritto di definire “reato” qualsiasi comportamento o situazione di per sé.
E’ il trascinamento dallo Stato di diritto allo Stato etico.
Una nota a margine riguarda,chiaramente, il fatto che le leggi non sono nulla di neutrale o al di sopra delle parti, ma rappresentano la sanzione formale di un rapporto di forza.
Il concetto di detenzione per condizione e non per reato, apre scenari inquietanti.
Il fatto che, oggi, a farne e spese siano le migranti ed i migranti considerati, per svariati motivi, irregolari, nulla toglie alla possibilità che, da tanti segnali, è più reale di quanto si possa credere, che venga internata/o chiunque non sia gradita/o al sistema, per condizione di vita (“vagabondi”, senza fissa dimora, senza possibilità di sostentamento?), per scelta comportamentale e/o sessuale (gay, lesbiche, trans, prostitute?), per etnia (Rom, Sinti?), per scelta politica e/o ideologica e dissidenti ritenuti, a qualsiasi titolo, “pericolosi” per la società.
Le donne sono soggettività ad alto rischio, perché il non rientrare nei ruoli, per le non omologate a vario titolo, può essere ragione di condanna sociale e la conseguente “rieducazione” è una possibilità tutt’altro che peregrina. Questa è una società che ha fatto diventare reati penali una miriade di scelte e di comportamenti individuali. Ha criminalizzato la povertà, la mendicità, la condizione di senza casa, la marginalità di chi rovista nei cassonetti… l’assunzione di droghe, bere alcolici, dormire per strada, scrivere sui muri… per non parlare di chi si ribella o si organizza.
Tutto è perseguibile penalmente e amministrativamente.
Il così detto “reato d’autore” o “colpa per il modo di essere”, taterschuld, si è delineato, accanto alla comune concezione di colpa, legata ad un fatto specifico, nella dottrina tedesca , attorno agli anni ‘40: una profonda mutazione genetica per cui non si risponde penalmente per quello che si è commesso, ma per quello che si è. Si è perseguite/i per quello che si è, in riferimento all’estrazione familiare, sociale, all’etnia, al tipo di vita, all’io, al modo di essere e, tutto questo, è l’obiettivo reale della persecuzione penale.
Anche durante il fascismo, in Italia, alla fine degli anni ‘30 furono introdotti i campi di internamento, da non confondere con quelli di concentramento, dove venivano rinchiuse persone non per aver commesso un reato, ma ritenute pericolose socialmente: antifascisti, Rom, omosessuali, a cui si sono aggiunti, dopo le leggi razziali, gli ebrei. Per gli idolatri della legalità, le leggi razziali erano una legge dello Stato e, perciò, andavano rispettate.
Battezzati con i Rom, i campi di internamento cominciarono a proliferare in tutta Italia: ce ne furono anche per sole donne, naturalmente con direttrici donne. Anche allora, commissioni di vario tipo visitavano i campi, prime fra tutte quelle della Croce Rossa che, almeno allora, si asteneva dal gestirli direttamente. Tante persone lavoravano per e intorno ai campi: dalla polizia che andava a prendere a casa o per strada le persone da internare e svolgeva opera di controllo, al personale, spesso civile, dal direttore/direttrice a tutte le altre figure e alle ditte che fornivano il necessario per il funzionamento degli stessi.
E c’era la stampa che, da una parte, demonizzava le pericolose figure degli internati/e e, dall’altra, faceva finta di non sapere dell’esistenza dei campi, se non quando raccontava le lamentele e le paure dei cittadini/e che avevano la “sventura”, poverini/e (!) di viverci accanto.
Fino a qui tutto uguale. Però una differenza c’è. La storia non è ragioneria, ma qualche volta, i conti bisogna farli. Nella nostra democratica repubblica, nei Cie, c’è un numero considerevole e spaventoso di pestaggi, all’ordine del giorno, numerosi casi di morte, sempre rubricata come naturale, di suicidi e di gesti dolorosi di autolesionismo. Chi si infligge orrende mutilazioni, come quella donna che si è cucita la bocca, siccome siamo tanto civili e progredite/i, viene portata nel reparto di neurologia e psichiatria di un ospedale perché qualche esperto/a ci deve mettere a posto la coscienza e dirci che non è disperata, ma soltanto pazza. A tutto questo va aggiunto che (cifre ufficiali) 52.000 “irregolari” sono stati ricondotti forzatamente nel loro paese. Non ci vuole molta fantasia per immaginare in quale inferno li abbiamo gettati.
Nessuno/a dica non sapevo, non immaginavo, non credevo. Non ci sono zone neutre: o si è contro o si è complici. I campi di internamento pensavamo di non vederli più e, invece, dobbiamo fare i conti con i Cie. La rappresentazione ed i ruoli sono sempre gli stessi, però, fra trent’anni, metteranno una targa ricordo nei Cie, faranno qualche convegno, ci porteranno le scolaresche e ci faranno qualche dotto libro.
I Cie non sono un ambito settoriale, ma una proiezione della nostra società. Una volta si diceva che per giudicare un paese bisognava conoscerne il sistema carcerario, oggi hanno trasformato la società in un carcere a cielo aperto.
Le ondate migratorie vengono usate anche per instillare nei cittadini/e la paura del diverso/a, paura sfruttata per legittimare la persecuzione, l’internamento, la deportazione delle/dei migranti e per far accettare una legislazione securitaria sempre più invasiva rispetto alle vite di tutte e di tutti. Da qui l’incentivazione degli atteggiamenti razzisti nella popolazione, funzionali,oltre tutto, ad una guerra fra poveri, in cui i cittadini /e “legittimi” scaricano sul migrante e sul diverso frustrazioni e impossibili rivincite.
Dentro i Cie viene esercitata quotidianamente violenza e violenza di genere, da parte degli operatori in divisa e non. Come possiamo pensare che chi pratica la violenza quotidiana in quell’ambito, fuori da lì sia qualcosa di diverso? Vengono delegati ad essere lì dentro violenti e, fuori, al servizio dei cittadini/e (!?!) E per qualcuno/a diventano interlocutori, come se questo fosse possibile. La violenza insita nel ruolo diventa, poi, anche abitudine. Crediamo ancora che le persone siano al “lavoro” qualche cosa e in famiglia o nell’ambito privato, diversi? “buoni padri, mariti, figli”?
Quello che succede nei Cie, compresa la violenza di genere, smaschera l’inconsistenza di chi pensa che la soluzione sia nella “convivenza civile” e nell’“educazione alla convivenza fra i sessi”.
E chi sarebbero i referenti di questo messaggio buonista e politicamente corretto, in questo caso? Quelle/i rinchiusi o chi le/li ha rinchiusi? Chi i pestaggi li subisce o chi li fa? E, riguardo al rifiuto della violenza, a chi dobbiamo dire che non va mai praticata? A chi la subisce o a chi la esercita?
I Cie sono un momento molto alto del controllo sociale. Questa è una società basata sullo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sulla natura intera e, perciò, ha bisogno dei Cie, delle telecamere, delle intercettazioni telefoniche, delle cimici ambientali, di una legislazione invasiva. Rispetto a questo progetto, partiti, onlus, ong, media, polizia, magistratura, sono tutti chiamati a partecipare.
Siamo tutte/i in libertà vigilata e condizionale. Siamo libere/i di dire e di fare quello che vogliamo purché siamo omologate al pensiero unico di conservazione di questa società. Per chi esce fuori dal coro le parole come democrazia, libertà di opinione e via dicendo non valgono.
Ma i Cie sono, anche, un momento molto alto del controllo del mercato del lavoro. La composizione della popolazione internata è caratterizzata da un gran numero di lavoratori stagionali, soprattutto agricoli, da manovalanza edile, da badanti, domestiche, prostitute, da lavoratori e lavoratrici migranti che sono arrivati da poco in Italia, traghettati nei momenti in cui servono lavoratori in nero nelle campagne, ma anche da lavoratori e lavoratrici migranti che stanno in Italia da tanti anni, che qui hanno ormai famiglia e radici, ma che hanno perso il lavoro e, quindi, anche il permesso di soggiorno. Chi è rinchiusa/o nei Cie non ha più una storia personale, non conta l’età, il lavoro che faceva, i traguardi personali raggiunti e le speranze coltivate e perde il diritto alla parola. Le storie della donna senegalese, da dodici anni in Italia, sei figli, che perde il lavoro e viene internata e della donna tunisina, da ventuno anni in Italia che, licenziata, viene deportata, nonostante quattro figli che è costretta a lasciare qui, sono solo degli esempi fra i tanti.
I Cie costituiscono serbatoio di riserva e di regolamentazione, non a caso si svuotano e si riempiono a seconda delle esigenze delle lavorazioni stagionali, e permettono il ricambio del mercato del lavoro con la deportazione di chi lavora magari qui da tanto e viene sostituita/o con “merce fresca”. I migranti e le migranti lavorano in condizioni di semischiavitù, sono i nuovi schiavi e le nuove schiave della nostra epoca, ma costituiscono anche arma forte di ricatto nei confronti di tutti gli altri lavoratori costretti ad accettare, di conseguenza, condizioni di orario e di retribuzione proibitive.
Ciò che informa le leggi sull’immigrazione è la governabilità dei corpi, non solo dei/delle migranti, ma di tutte/i, allo scopo di garantire il massimo di produttività. In pratica, l’obiettivo principale è una sempre maggiore appropriazione di ricchezza dagli individui messi al lavoro. A conferma che la ricchezza è sempre data dalla quantità di lavoro e che l’obiettivo del capitalismo è appropriarsene nella maggior misura possibile. Gli individui vengono usati come macchine, e, come tali, vengono acquistati, venduti, rottamati. Per fare questo, bisogna piegare le persone alla solitudine e all’insicurezza.
I Cie non sono un raffreddore o qualcosa di patologico, ma fanno parte di questa società. Addentrarsi nella problematica dei Cie significa, quindi, smascherarne la natura intrinsecamente funzionale al sistema e, fare i conti con la loro essenza, è mettere in discussione i principi fondanti di questa organizzazione sociale. Queste strutture sono momento importante di questa società. Infatti sono presenti in tutti i paesi europei in seguito all’adozione di una politica comune sulle migrazioni da parte degli Stati dell’Unione Europea, sancita negli accordi di Schengen del 1995. E’ l’Agenzia Frontex che viene delegata e pagata da noi europei per “tutelare” le frontiere e provvedere anche ai rimpatri forzati.
In questo contesto i partiti e partitini della così detta sinistra partoriscono amenità del tipo che i Cie sono illegali, come se non fossero legge dello Stato, e che violano il diritto internazionale, come se non fossero presenti anche in tutti gli altri paesi europei. Poi, ne fanno un’occasione di sola propaganda contro il centro-destra, dimenticando che sono stati istituiti dal centro-sinistra con il nome di Cpt e che anche nell’Inghilterra laburista e nella Spagna socialista, hanno lavorato e lavorano a pieno regime e con gli stessi criteri con cui operano in Italia.
Ma, l’analisi e le iniziative che la così detta sinistra e le organizzazioni collaterali portano avanti, non sono il frutto di un’errata lettura, tutt’altro. Non possono e non vogliono parlare del controllo sociale che soffoca questa società, perché, di questo controllo, sono partecipi. Infatti, effettuano il trascinamento, nei pochi momenti in cui se ne occupano, della problematica dei Cie sul solo piano dell’antirazzismo e dei risvolti umanitari. E strumentalizzano l’antirazzismo che è un tema nobile, su cui tutte/i abbiamo il dovere di impegnarci, per lavarsi la faccia e per utilizzarlo pro partito, senza toccare il tema centrale che è quello delle scelte neoliberiste, a cui concorrono, e che hanno trasformato questo paese nella fattoria orwelliana.
Però stiamo tranquille/i. Il centro-sinistra, guardate la regione toscana, non vuole i Cie solo in ogni regione, ma in ogni provincia e, come dicono i partitini della così detta sinistra “radicale”, li vogliono “umani” e con la partecipazione di quelle associazioni umanitarie che, guarda caso, gravitano intorno a questi partiti e partitini. Non esistono Cie dal volto umano, non esistono guerre “umanitarie”, non esistono torture per un buon motivo, magari con l’assistenza di medici ed esperti.
Le leggi sull’immigrazione e i Cie hanno una rilevanza che va ben oltre il campo specifico ed è per questo che le femministe ed i solidali e le solidali che se ne occupano da tanto tempo sono oggetto di una particolare attenzione repressiva.
GLF – GRUPPO DI LAVORO FEMMINISTA – ROMA – Contro i Cie e contro il controllo sociale
Per Adama, oltre Adama
E’ sicuramente noto a tutte il caso, recentemente emerso, di Adama, donna senegalese ed ennesima vittima della doppia violenza, maschile e di Stato. Per farla breve, dopo anni di violenze e soprusi da parte dell’uomo con cui conviveva, Adama ha deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine e, per tutta risposta, è stata rinchiusa nel Cie di Bologna perché sprovvista del permesso di soggiorno.
Sulla sua situazione circola da giorni un appello, pubblicato in occasione del 25 novembre e ripreso da vari quotidiani.
La storia di Adama ha colpito molte/i. A leggere le centinaia di firme raccolte per lei in pochi giorni si direbbe che abbia colpito anche appartenenti a quegli stessi partiti che, durante il governo Prodi, votarono proprio a favore della creazione di questi lager per migranti, allora denominati Centri di permanenza temporanea, con la famigerata legge Turco-Napolitano (legge 40/98).
Ovviamente siamo dalla parte di Adama, e speriamo che possa al più presto uscire dall’orrenda gabbia in cui è stata rinchiusa. Ma proprio perché siamo dalla sua parte, anziché firmare un appello preferiamo ribadire che questi lager devono essere chiusi UNA VOLTA PER TUTTE.
Essere dalla parte di Adama significa, per noi, andare oltre Adama.
Soffermarsi su un caso singolo, senza farlo diventare emblematico della condizione che migliaia di donne e uomini immigrati in Italia (e nella Fortezza Europa) vivono da oltre un decennio, può sicuramente essere utile per lavare la “coscienza” di chi ha permesso l’infame creazione di quei luoghi di internamento o di chi non si è speso/a per la loro chiusura definitiva. Ma è certamente un passo indietro che non serve alle tante altre immigrate “senza nome” che vi vengono e vi verranno, in futuro, rinchiuse.
Come corollario ricordiamo anche l’importanza della solidarietà a compagni e compagne colpiti dalla repressione per essersi spesi, per anni e con costanza, nella lotta contro i Cie e in appoggio alle ribellioni di chi vi è rinchiuso. Proprio a Bologna, dove Adama è rinchiusa, si aprirà il 12 dicembre prossimo il processo contro le compagne e i compagni del Centro di documentazione Fuoriluogo. Una azione giudiziaria avallata ad hoc da compiacenti giornalisti, da cui traspare con chiarezza quanto la lotta fattiva contro i Cie ed il suo allargamento, nonché il contatto diretto con le persone recluse, terrorizzino gli apparati di dominio.
Inoltre, la genealogia delle più recenti leggi razziali in Italia dimostra inequivocabilmente che è stata proprio la Turco-Napolitano, anche con la creazione dei Cpt, ad aprire la strada alla Bossi-Fini, e non viceversa. Negare questo è una forzatura ideologica che porta a dimenticare che la violenza contro le donne nei lager per migranti è emersa all’indomani dell’apertura dei primi Cpt, come rammentavamo nel nostro Dossier 10 anni più tardi:
2/6 5° ingresso - Riusciamo a vedere diversi detenuti tra cui due donne nigeriane. Entrambe dichiarano di essere in gravidanza ma di non aver potuto fare il test in quanto non avevano il danaro con loro (il costo del test, per loro è di L. 35.000). Chiediamo delucidazioni al capitano della Croce Rossa, il quale sostiene che i test non erano disponibili sino ad oggi. Successivamente apprenderemo che una delle due è risultata positiva al test. Tra le persone incontrate, anche uno straniero con figlio nato in Italia, e per ciò non espellibile. Dalle testimonianze raccolte in questa giornata, come dalle precedenti, emerge una situazione molto poco chiara rispetto alle donne. Quando, prima di uscire, ci avviciniamo alle sbarre, uno degli agenti ci allontana immediatamente. Alcune immigrate chiedono a muso duro se il trattamento loro riservato è diverso perché “non ricambiano” come fanno le altre. Non è che l’ultimo di una serie di indizi e di voci che circolano nel campo, riferite ai rapporti tra le detenute ed i gestori del campo. In particolare, già in un colloquio avuto precedentemente, una delle detenute ci racconta in lacrime che quando ha chiesto una scheda telefonica ad un agente questo ha risposto, – riportiamo fedelmente – “va’ a fare un pompino come tutte le altre” (Corelli anno zero, luglio 1999)
Dunque, che vogliamo fare?
Presidio per Malika, il 12 novembre a Firenze
Riceviamo dal collettivo antipsichiatrico A. Artaud – e pubblichiamo – la convocazione di un presidio per Malika, dei cui abusi subiti in seguito ad uno sfratto avevamo già scritto qui il 21 ottobre scorso.
LA STORIA DI MALIKA: NOI NON ARCHIVIAMO!!
- sabato 12 novembre presidio 10.30 Piazza San Firenze
- a seguire conferenza stampa alle ore 11.30.
NON E’ SUCCESSO NIENTE…
Nella giornata di mercoledì 12 ottobre abbiamo appreso dai legali di Malika Yacout che il medico legale e l’ufficiale Giudiziario imputati di “violenza privata” e “lesioni personali in concorso di reato” NON SONO STATI RINVIATI A GIUDIZIO, questa è la decisione del Giudice dell’Udienza Preliminare, quindi il caso è chiuso, e il procedimento archiviato…
Non è successo niente…
Il giorno dello sfratto il 3 dicembre del 2004, Malika (cittadina italiana e marocchina) era in avanzato stato di gravidanza (al sesto mese), viene bloccata, strattonata e gettata per terra da cinque uomini, e mentre la tengono ferma, le vengono praticate due iniezioni pesantissime per sedarla, si saprà, diversi giorni dopo, che i farmaci in questione sono due neurolettici, Largactil e Farganese. Questi farmaci possono avere, come sottolineato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità effetti dannosi sul feto in qualsiasi periodo della gravidanza.
La donna viene accompagnata al reparto di Psichiatria di S.M.NUOVA con un TSO, mai convalidato da nessuno…eppure il Trattamento Sanitario Obbligatorio le è stato APPLICATO…
Oltre al danno la beffa! Infatti questa settimana Malika ha avuto, dopo 6 anni, la dichiarazione di Ballerini (psichiatra, all’epoca primario di S. M. Nuova, ma che non era presente al momento del TSO) che Malika non è e non era affetta da nessuna patologia psichiatrica. Dichiarazione fondamentale che nessun giudice e nessun avvocato ha mai preso in considerazione.
Insomma, una serie di abusi che vanno dal sequestro di Persona alle minacce, dalla violenza privata all’abuso d’ufficio, alle lesioni (quelle provocate alla figlia che oggi ha 6 anni) ma secondo il Giudice non è successo niente.
Insieme a Malika e al suo avvocato è stato deciso di fare ricorso in appello per riaprire il caso e, qualora si chiudessero tutti i gradi di giudizio, faremo anche ricorso alla corte di giustizia europea.
Intanto in questi giorni è stato informato il consolato del Marocco, che avrebbe il dovere di prendere posizione.
le donne del Movimento di Lotta per la Casa e il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud continueranno la comune battaglia per richiedere VERITA’ E GIUSTIZIA sul quel BARBARO episodio.
Le donne del movimento di lotta per la Casa di Firenze
Il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa
(L’immagine di questo post è tratta da Psychiatric Abuses di Samantha Aungle)
Malika: noi non archiviamo!
Riprendiamo da StampToscana un articolo sull’archiviazione delle violenze inferte a Malika, donna di origine marocchina, dagli apparati dello Stato e dal dispositivo psichiatrico. Una vicenda che non può e non deve essere dimenticata. A seguire, il comunicato pubblicato su Informa-azione.
Il caso di Malika Yacout andrà alla Corte Europea
La donna, di origine marocchina ma cittadina italiana da 15 anni, in seguito all’esecuzione dello sfratto si ritrovò a Santa Maria Nuova in psichiatria, dopo aver subito due iniezioni per sedarla. Era incinta di quasi cinque mesi. Oggi mercoledì 12 la sentenza di archiviazione del Tribunale di Firenze
Firenze – Approderà alla Corte di giustizia della comunità europea, il caso di Malika Yacout, la donna di origine marocchina, cittadina italiana da 15 anni, che il 3 dicembre 2004, incinta di quasi 5 mesi, venne fatta oggetto di uno sfratto esecutivo che la portò dritta dritta al reparto psichiatrico dell’ospedale di Santa Maria Nuova. E che ora è madre di una bimba di sei anni che soffre di una grave encefalopatia dagli esiti incerti.
Dopo sette anni di traversie giudiziarie, il caso è stato archiviato con la sentenza di oggi 12 ottobre dal giudice per le indagini preliminari.Una sentenza che giunge dopo tre altre richieste di archiviazione, di cui una annullata dalla Corte di Cassazione per mancata notifica, e che sembrerebbe mettere una pietra tombale su una vicenda dai molti profili oscuri.
Questi i fatti. La vicenda inizia quando la giovane marocchina, dovendo affrontare un periodo difficile nel febbraio del 2004, oberata da una serie di debiti, separata, con una bambina che all’epoca ha 10 anni, non riesce più a pagare l’affitto, 1200 euro al mese. Si rivolge ai servizi sociali due settimane prima del fatto, ma l’aiuto richiesto riesce solo a procurarle un appuntamento da uno psichiatra e un altro presso l’ufficio casa, tre settimane dopo la data dello sfratto esecutivo. Troppo tardi.
Si giunge così al fatidico giorno, il 3 dicembre 2004. Malika è in casa, sola, incinta di quasi 5 mesi, con una serie di certificati medici (2 del suo medico personale, uno della struttura pubblica Santa Maria Nuova, uno dell’ospedale di Ponte a Niccheri) che certificano la sua impossibilità a muoversi. Inoltre, in un’ulteriore visita a Torregalli, le chiedono se vuole che si attivino per la tutela della maternità, visto che è prevista dalla legge. Una richiesta che Malika non valuta, dal momento che è sicura che il suo evidente stato di gravidanza e i certificati attestanti le difficoltà derivanti dal suo stato di stress siano sufficienti a tutelarla.
Suonano alla porta, la giovane fa entrare ufficiale giudiziario e forze dell’ordine e si rimette sul letto. La “trattativa” comincia immediatamente. I certificati medici vengono dichiarati inutili per rinviare lo sfratto. Dopo qualche ora, l’arrivo di una ambulanza, chiamata dai presenti. L’operatore si rifiuta di eseguire qualsiasi trattamento se non accettato e firmato dalla giovane donna. Accertata la non volontà di quest’ultima di sottoporsi a qualsiasi trattamento, se ne va. Un medico legale giunge nel frattempo, parla con Malika, le chiede se ha perdite, ha risposta negativa. Se ne va. Viene chiamata un’altra ambulanza, questa volta col medico a bordo. E al termine della vicenda, Malika viene “iniettata” con due iniezioni per sedarla: si tratta di due neurolettici (antipsicotici) Largactil e Farganesse, come si viene a sapere molti giorni dopo. Non si tratta di trattamento sanitario obbligatorio a rigor di termini, in quanto manca il rispetto della procedura prescritta: non c’è stata una visita psichiatrica, il trattamento non è stato convalidato da un secondo medico del servizio pubblico, manca dunque il richiesto e necessario provvedimento del sindaco e la conseguente notifica.
La domanda d’obbligo è: allora, che cosa è stato fatto a Malika? Può un qualsiasi pubblico ufficiale, visto che lo sfrattato “si agita” chiedere (e ottenere) che lo si sedi con due iniezioni forzate? Una donna incinta al quinto mese di gravidanza può essere “iniettata” con due farmaci di cui è riconosciuta la pericolosità per lo sviluppo del feto? Tutto questo è prassi?
Dopo le micidiali iniezioni, Malika si risveglia al reparto di psichiatria di Santa Maria Nuova. Ciò che le viene detto è che deve restare dentro una settimana: esattamente come se si trattasse di Tso.
La diagnosi che le viene fatta al momento del ricovero è di “agitazione psicomotoria dovuta allo sfratto” ….. e viene proposto un Tso.
Tre giorni in psichiatria, minaccia d’aborto e 12 giorni in ginecologia a Torregalli sono il bilancio di quello sfratto del 3 dicembre 2004. Un incubo che lascia comunque un sospetto (avvalorato in seguito dalla recente perizia del dottor Montinari, medico chirurgo con vari incarichi pubblici anche presso le forze dell’ordine): la bimba che finalmente Malika dà alla luce rivela una encefalopatia che può avere un nesso secondo il perito (la pericolosità dei farmaci iniettati alla madre per lo sviluppo del feto è segnalata anche dall’Oms) con il trattamento forzato subito.
Immediatamente Malika ricorre alla legge per chiedere giustizia. Nel 2004 viene aperto il primo procedimento per violenza privata, nel 2006 un altro per lesioni personali in corso di reato, nel 2007 ne viene aperto un altro. Tre richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero sono tutto ciò che Malika ottiene, oltre a una denuncia per calunnia da cui viene totalmente assolta. L’ultima richiesta di archiviazione, nel 2007, viene smontata dalla Corte di Cassazione nel 2009 che rileva un difetto foriero di nullità assoluta: le notifiche sono state inviate a un indirizzo sbagliato.
Si ricomincia dunque, e Malika cambia nuovamente avvocato. La nuova richiesta di opposizione, depositata il 5 luglio 2011, contempla anche le ipotesi di abuso d’ufficio, sequestro di persona e lesioni nei confronti della piccola figlia di Malika, ipotesi questa rafforzata dalla perizia del dottor Montinari. I soggetti a carico dei quali sono formulate le ipotesi sono l’ufficiale giudiziario il medico dell’ambulanza. Si giunge alla sentenza odierna, il cui punto principale è (ancora una volta) basato sulla tardiva presentazione dell’atto di opposizione, depositato l’undicesimo giorno, ovvero con un ritardo di un giorno rispetto al termine ritetuto perentorio (10 giorni). Un punto su cui tuttavia esiste una sentenza di Cassazione, la 15888/2006, come ricorda l’avvocato della donna, Simona Giannini, che dichiara non perentorio il termine di opposizione alla richiesta di archiviazione, se il giudice non abbia già pronunciato l’archiviazione stessa. Inoltre, è in arrivo un’altra perizia medica sulla piccola Bouchram.
“Continueremo questa battaglia – conclude Serena Giannini, l’avvocato di Malika – perché si tratta di una battaglia che non riguarda solo Malika, ma tutti noi, tutti i cittadini”. Per tutti infatti un ufficiale giudiziario potrebbe un giorno bussare alla porta.
********
Questa è la storia di una giovane donna marocchina (all’epoca dei fatti incinta di 6 mesi) che nel 2004 ha subito un TSO, durante uno sfratto, con potenti antipsicotici. Malika, e soprattutto sua figlia che oggi ha 6 anni, stanno ancora pagando le conseguenze di quei tragici fatti; infatti la bambina soffre di una malformazione cerebrale strettamente connessa alla somministrazione di Largactil e Farganesse in gravidanza. Sotto un articolo che spiega i fatti della vicenda, in particolare le cose avvenute nel 2004 quando le fu fatto il TSO-sfratto; dopo due anni è stata processata per calunnia e poi prosciolta. Negli anni successivi c’è stato un susseguirsi di ‘errori giudiziari’ volti ad archiviare il caso e una serie di tentativi di copertura anche da parte dei servizi sanitari perfino con cartelle cliniche contraffatte.
Movimento di lotta per la casa (Firenze), Collettivo antipsichiatrico A. Artaud (Pisa)
La storia di Malika
Questa è la storia di una giovane donna, incinta di sei mesi, mamma di una bimba di 10 anni, di origine marocchina e cittadina italiana da quindici anni. Trovandosi in difficoltà a pagare 1200 euro di affitto al mese, si rivolge ai servizi sociali per avere un aiuto economico. L’assistente sociale, anziché proporre una soluzione abitativa, le fissa un appuntamento con lo psichiatra. Siamo a febbraio del 2004. Intanto il tempo passa senza che la situazione cambi.
Il giorno dello sfratto, fissato per il 3 dicembre, nonostante l’ufficiale giudiziario avanzi l’ipotesi di rinviare il provvedimento di un mese, l’assistente sociale insiste per una soluzione inadeguata e crudele: il ricovero coatto in psichiatria! Quindi arriva un’ambulanza e, nonostante la donna mostri un certificato medico che le prescrive riposo per il rischio di aborto, viene bloccata in un angolo da cinque uomini, gettata sul letto e, tenuta ferma, le vengono praticate due iniezioni pesantissime per sedarla. Si saprà, diversi giorni dopo, che i farmaci in questione sono due neurolettici (antipsicotci), Largactil e Farganesse, quest’ultimo è un antistaminico che amplifica e potenzia l’effetto degli antipsicotici, con il risultato di una sedazione immediata. Questi farmaci, che provocano in genere gravi conseguenze, possono avere, come sottolineato anche dal Ministero della Salute, “effetti dannosi sul feto in qualsiasi periodo della gravidanza. E’ importante tenere sempre presente questo aspetto prima di effettuare una prescrizione in una donna in età fertile. Questi farmaci possono alterare la crescita e lo sviluppo funzionale del feto, o avere effetti tossici sui tessuti fetali”(fonte OMS).
Subito dopo, con una diagnosi di “agitazione psicomotoria dovuta allo sfratto”(oltre al danno la beffa!), la donna viene ricoverata nel reparto di psichiatria a S. M. Nuova con una proposta di T.S.O. In realtà il medico e gli infermieri dell’ambulanza, oltre a tutti i presenti, complici del violento sfratto, hanno messo in pratica un vero e proprio sequestro di persona! Non si può parlare di trattamento sanitario obbligatorio infatti perché: non c’è stata una visita psichiatrica, non é stato convalidato il T.S.O. da un secondo medico del servizio pubblico, come d’obbligo di legge, quindi mancava ovviamente anche il provvedimento del Sindaco e la conseguente notifica. Come se tutto questo non bastasse, la persona non è stata informata né su quali psicofarmaci le hanno forzatamente iniettato, né sulla struttura di ricovero.
Al risveglio, diverse ore dopo, lo psichiatra di turno in reparto non le comunica il regime di ricovero e, mentendo, dice che deve rimanere lì per sette giorni come se fosse in T.S.O., compiendo così un abuso in atti d’ufficio. Dopo tre giorni di reclusione, le conseguenze dei maltrattamenti subiti le provocano una minaccia d’aborto: passerà dodici giorni in ginecologia a Torregalli. Purtroppo Malika subisce ancor oggi le conseguenze di quei tragici fatti, e soprattutto sua figlia, che oggi ha 6 anni, e che soffre di una malformazione cerebrale strettamente connessa (la perizia è del dott. Montinari) alla somministrazione di Largactil e Farganesse in gravidanza.
Nel 2004 fu aperto un primo procedimento per “violenza privata”, e nel 2006 un secondo procedimento per “lesioni personali in concorso di reato”. Oggi i due procedimenti sono stati riaperti, dopo numerose richieste di archiviazione da parte del giudice, che non ha mai chiesto di approfondire i fatti, dopo innumerevoli e inspiegabili errori di notifica delle richieste di archiviazione (si tenga conto che per fare richiesta di opposizione all’archiviazione ci sono solo 10 giorni), avvocati che non hanno mai richiesto le cartelle cliniche attestanti una visita psichiatrica (che, lo ricordiamo, non è mai stata fatta a Malika prima dello sfratto/TSO), cartelle cliniche contraffatte, con date sbagliate ecc. Se non siamo un popolo di incompetenti sorge il dubbio che questo caso si voglia insabbiare. Ci sono in gioco poteri ben più forti dei diritti di una immigrata e di sua figlia.
Servizi sociali, medici, industrie del farmaco, non si sa chi difende chi, ma Malika e sua figlia sono state lasciate sole da tutti.
Pestaggi
Riceviamo e pubblichiamo un appello di Black Women’s Rape Action Project (Londra) per trovare testimoni del pestaggio, su un volo diretto in Italia, ai danni di Faith, una donna nigeriana richiedente asilo e deportata.
Si tratterebbe di provare a rintracciare il passeggero che ha filmato l’incidente o qualche altro/a passeggero/a che vi ha assistito.
Qui di seguito un articolo del Guardian, tradotto nei punti salienti da un compagno di Payday.
La decisione del 14 ottobre di cui parla l’articolo sarà presa nell’Alta Corte di Londra e andrebbe ad aggiungersi a quella contro le deportazioni in Grecia di prima dell’estate.
Chi avesse notizie può contattare direttamente le compagne londinesi: spazialtri@autoproduzioni.net
Pubblichiamo, inoltre, il comunicato del Circolo Maurice di Torino su un altro pestaggio “made in Italy”.
Police investigate alleged assault on Nigerian mother on deportation flight
La polizia indaga su una presunta aggressione di una donna nigeriana su un volo per la deportazione
Escorts allegedly attacked failed asylum seeker in front of her young children on plane bound for Italy
Diane Taylor – guardian.co.uk, Monday 3 October 2011 17.03 BST
Faith, a Nigerian asylum seeker, who was allegedly attacked on a plane bound for Italy. Photograph: Andrew Fox for the Guardian
A police investigation has been launched into an alleged assault on a Nigerian asylum seeker in front of her three young children on a plane bound for Italy. La polizia Britannica ha aperto un’indagine su una presunta aggressione di una Nigeriana richiedente asilo davanti ai suoi tre bambini su un aereo diretto in Italia.
The alleged incident occurred just two weeks after the launch of the government’s new family-friendly removal policy. The family are one of the first to be detained under the new arrangements.
The woman, Faith, 39, said six of the eight escorts on the flight beat her on the arms and legs, twisted her hand and put hands around her neck. She said she was left spitting blood and had still not recovered. La donna, Faith, di 39 anni, ha dichiarato che sei delle otto persone di scorta sull’aereo l’hanno picchiata sulle braccia e le gambe, le hanno torto una mano e le hanno messo le mani attorno al collo. La donna ha dichiarato che aveva sputato sangue e non si è ancora ripresa.
Her claims have raised concerns among human rights campaigners about the treatment of asylum seeker families during the revamped removals process.
Faith and her three children, aged four, six and eight, were taken by surprise when they were arrested by a group of 10 to 12 uniformed officers in a 5.30am raid at their home in Birmingham on 19 September and driven to the government’s new secure pre-departure accommodation at Pease Pottage near Crawley, West Sussex – an experience which Faith said terrified them all.
“I feel so bad. Why have all these things happened to me?” said Faith, who has asked for her surname not to be revealed. “When they came to arrest us at 5.30am at our home in Birmingham, they kept banging on the door. The children were very upset and were crying. They wouldn’t even allow me any privacy to wash myself in the bathroom before we left.”
Emma Ginn, co-ordinator of the charity Medical Justice, which campaigns to end child detention, said: “Some politicians claim the coalition agreement promise to end the immigration detention of children has been fulfilled. They should come clean and admit the promise has been broken. The government should now do what they say they would and actually end the detention of children.” Emma Ginn, coordinatrice dell’associazione benefica Medical Justice [… ha dichiarato che] “il governo deve ora fare quello che ha detto e porre effettivamente termine alla detenzione dei bambini.”
The deputy prime minister, Nick Clegg, announced in December 2010 that child detention was going to end in May of this year. He said the government was ending the “shameful” practice in which “children are literally taken from their homes without warning and placed behind bars”. He added: “Our reforms will deliver an approach to families that is compassionate and humane.”
Once the family were detained in Pease Pottage, the UK Border Agency (UKBA) made three failed attempts to remove them on flights to Italy, the country where Faith had been living for more than a decade, where she had permission to work and where her children were born. She said she fled Italy following persecution by her family and local community members and claimed asylum in the UK in November 2010. La UK Border Agency (UKBA) ha fatto tre tentativi falliti di rimuoverli su voli per l’Italia, il paese dove Faith è vissuta per più di un decennio, dove aveva il permesso di lavorare e dove sono nati i suoi figli. Faith ha dichiarato di essere fuggita dall’Italia in seguito alla persecuzione da parte della sua famiglia e da membri della comunità locale e ha fatto richiesta d’asilo nel Regno Unito nel novembre 2010.
The failed removal attempts took place even though high court judges have granted several injunctions against the removal of refused asylum seekers to Italy in recent weeks. The injunctions have been granted until a decision has been made in a case about whether or not it is acceptable to forcibly remove asylum seekers to Italy. A decision is due on 14 October. I tentativi falliti di rimozione hanno avuto luogo anche se i giudici avevano concesso numerose ingiunzioni contro la rimozione dei richiedenti asilo che fossero rispediti in Italia nelle ultime settimane. Le ingiunzioni sono state concesse fino a che non si arriverà a una decisione su un caso che verte sull’accettabilità o meno della rimozione forzata di richiedenti asilo in Italia. La decisione verrà annunciata il 14 ottobre.
In the first attempted removal from the UK on 22 September, Faith and her children were taken to London’s Heathrow airport and put on to the 7.30am Alitalia flight AZ 201 to Rome. Faith said she became distressed and kept saying “Oh my God, I can’t make this journey”, while strapped into her seat. At that point, the alleged assault by six of the eight escorts accompanying the family took place and the pilot ordered the escorts to take the family off the plane. Nel primo tentativo di rimozione dal Regno Unito il 22 settembre, Faith e i suoi figli vennero portati all’aeroporto londinese di Heathrow e messi sul volo Alitalia delle 7.30 numereo AZ 201 per Roma. Faith dichiarò di sentirsi sempre più disperata e che continuava a ripetere “O Dio, non posso fare questo viaggio”, mentre veniva legata al sedile. A quel punto ebbe luogo il presunto attacco da parte di sei delle otto persone di scorta che accompagnavano la famiglia e il pilota ordinò alle persone di scorta di far scendere la famiglia dall’aereo.
“I thought I was going to die,” said Faith. “The escorts beat me on the chest and legs, pulled my hair, twisted my left hand and put their hands around my neck. I thought they were about to strangle me. We were sitting at the back of the plane with five male escorts and three female ones. Two of the women didn’t touch me but the five men and one woman assaulted me.
“I couldn’t breathe and afterwards I was spitting blood. My children were crying ‘mummy is dying, mummy is dying.’ Someone needs to talk to my children; they are very traumatised by all this. One of them said ‘When I grow up I’m going to tell the queen what they did to my mum.’”
A second deportation attempt was made the following day. The family were taken to Gatwick but were unable to board the flight to Italy as there were no seats available. Un secondo tentative di rimozione ebbe luogo il giorno seguente. La famiglia venne portata a Gatwick ma non fu in grado di salire sul volo per l’Italia perché l’aereo era pieno.
By 26 September, the family had been in Pease Pottage for seven days, the maximum time allowed for a family to be detained under the new rules. In order to remove the family, the UKBA booked a private charter flight from Stansted airport to Italy. But the family’s lawyer intervened the day before they were due to leave and obtained a judicial review in the high court citing the pending case about forced removals to Italy. The court granted an injunction halting the planned removal. The family was subsequently released and is now back in Birmingham. Il 26 settembre […] la UKBA prenotò un charter privato per l’Italia dall’aeroporto di Stansted. Ma l’avvocato della famiglia intervenne il giorno prima della partenza e ottenne una revisione giudiziaria in tribunale, citando il caso pendente sulle rimozioni forzate in Italia. Il tribunale concesse un’ingiunzione che fermò la rimozione. La famiglia venne in seguito rilasciata e adesso è ritornata a Birmingham.
Faith said she was still in pain following the assault, was finding it hard to raise her arm or leg and has difficulty opening her mouth.
“On my life, since I was born I have never received such a beating,” she said. “And to do it in front of my kids. One of the escorts called me ‘an animal’ and said he was doing his job. I replied: ‘If you kill me you will go to jail and lose your job.’”
She said one of the passengers filmed the assault on his mobile phone and she urged him and any other passengers who witnessed the incident to come forward. Faith ha detto che uno dei passeggeri ha filmato l’aggressione sul suo cellulare e invita lui e altri passeggeeri che hanno assistito all’incidente a farsi avanti.
Faith’s asylum claim was refused in January and the family was asked to report to the airport in March to board a flight to Italy. Instead, they absconded because Faith said she feared further abuse in Italy if they were returned there.
The children’s charity Barnado’s has attracted controversy after accepting a government contract to work with families at Pease Pottage.
Barnado’s said: “We have publicly set out our ‘red lines’ in regards to the use of the pre-departure accommodation and we are committed to speaking out if these are breached. We are confident that we are able to balance this with our responsibility to maintain confidentiality around individual families.”
The Home Office declined to make an official statement about the case but a spokesman confirmed West Sussex police and its own professional standards unit were investigating a serious misconduct complaint. He said the family were expected to return to Italy and that every assistance had been offered to help them do so.
Reliance took over the contract to escort immigration detainees from G4S in May of this year. The company declined to comment. Its website states: “Reliance will oversee the safe custody and welfare of detainees.”
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Solidarietà a Suad Omar
Suad Omar, mediatrice culturale e attivista contro ogni discriminazione, venerdì scorso è stata insultata picchiata, riportando la frattura di una costa, sull’autubus 63 perchè donna e nera. Denunciamo questo episodio come esito di un clima politico e culturale fetido, in cui l’illusione mediatica costruisce lo stereotipo dell’immigrata ‘altra’, marginale, che in tempi di crisi economica funziona come il più facile bersaglio della rabbia e della frustrazione. Aspetto non trascurabile dell’episodio: l’aggressore di Suad è fuggito, nessuno dei presenti l’ha saputo fermare, neanche l’autista GTT, che ha aperto la porta del bus facilitando di fatto la fuga. Questo la dice lunga sulla retorica della sicurezza, pensata sempre per i cittadini italiani nativi, bianchi, eterosessuali ma che non si occupa del sostegno a cittadini fuori della “norma”, bersagli potenziali di razzismo, sessismo, omotransfobia, ecc. A Suad va la nostra solidarietà, con l’impegno a continuare a contrastare ogni forma di discriminazione.
Il Direttivo del circolo Maurice
