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- 1° maggio solidale e antirazzista
- Napoli, 1999: Hotel Moldova
- Milano. Manifestazione antirazzista il 20 marzo in via Padova
- Sant'Antimo (NA): Le foto della manifestazione del 6 marzo
- Sant'Antimo: Servizio del TG3 del 6 marzo 2010
- L’ultima beffa: spunta la sanatoria trappola
- Sant'Antimo: Servizio del TG3 del 20 febbraio 2010
- Sant'Antimo: servizio del TG3
Il lodo Vallanzasca
Andiamo con ordine. Ieri Denis Verdini si è dimesso dalla carica di presidente del Credito cooperativo fiorentino per evitare - ha spiegato - che i reati che gli vengono addebitati gettino, parole testuali, «un'ombra sulla banca». Denis Verdini, invece, non si è dimesso da coordinatore nazionale del Popolo della libertà. Ed ecco una prima indicazione per i probiviri: non sono causa di incompatibilità con i ruoli direttivi nel Pdl i reati contestati a Denis Verdini. Quindi via dalla futura lista l'associazione per delinquere, la violazione della legge Anselmi contro le associazioni segrete e la corruzione. E via anche tutti i reati addebitati all'ex sottosegretario all'Economia Nicola-Nick Cosentino il quale, come è noto, è accusato - oltre che della solita violazione della legge Anselmi - anche di concorso esterno in associazione mafiosa e si è dimesso dal governo ma non ha lasciato il ruolo di coordinatore del Pdl in Campania nè, per quanto si sa, intende farlo.
Certo, il codice penale è lunghissimo e questi sono appena quattro reati. Se anche aggiungessimo quelli che, nel tempo, sono stati contestati a Giulio Cesare Berlusconi allungheremmo di un bel po' la lista ma comunque saremmo ancora lontani dal compilare un elenco dettagliato. Esiste però un criterio al quale i probiviri, per evidenti ragioni di equità, dovranno attenersi: l'esclusione dalle cause di incompatibilità con i ruoli di vertice di tutti i reati puniti con pene meno severe di quelle previste per i reati già qualificati come "compatibili". Questo criterio - basato sulla cosiddetta "pena edittale" - consentirà di stilare una lista di "reati ammessi" particolarmente precisa e anche garantista. Ci limitiamo ad indicarne, a titolo di esempio, solo alcuni: il furto, la truffa, la rapina (altro reato che evidentemente getta «un'ombra sulla banca»), la circonvenzione d'incapace, il contrabbando, lo spaccio di stupefacenti, gli atti osceni in luogo pubblico, la guida in stato di ubriachezza, il pascolo abusivivo.
Resterà, come causa di incompatibilità, un circoscritto numero di reati così gravi da essere idonei a gettare un'ombra non solo su una banca ma addirittura sul Pdl: l'omicidio volontario, l'insurrezione armata contro i poteri dello Stato, la strage, il sequestro di persona a scopo di estorsione. Un elenco che fin d'ora ci consente di escludere in modo assoluto - ed è questa la notizia rassicurante che diamo in esclusiva - la possibilità dell'ascesa di Renato Vallanzasca o Osama Bin Laden ai vertici del Pdl. Insomma, la leadership di Cesare - checchè ne dica Gianfranco Fini - è ben salda.
De bello gallico
Ecco, adesso l'avvocato Ghedini starà già spalmando la cera sulla tavoletta per scrivere l'ennesima querela. Si fermi, per carità, e rilegga la nota che ieri ha affidato alle agenzie di stampa (alla quale, per sua comodità, facciamo seguire una sintetica traduzione). Eccola: «In relazione agli articoli apparsi in questi ultimi giorni ed ancora oggi su alcuni quotidiani, tendenti a far ritenere che vi fosse una consapevolezza da parte del presidente Berlusconi di attività antigiuridiche di terzi, peraltro ancora da comprovare, si deve ribadire come tali prospettazioni siano del tutto inveritiere e contraddette dagli stessi atti processuali». (Traduzione: «Premesso che la P3 non necessariamente commetteva illeciti, il mio cliente non ne sapeva nulla»).
Bene. Se il nostro premier nulla sapeva delle attività che i soci della P3 svolgevano a suo favore, e se dunque essi (quando, per esempio, tentavano di avvicinare i giudici costituzionali o quando raccoglievano letame da lanciare in testa all'attuale governatore della Campania) operavano "a sua insaputa", è del tutto evidente che sono loro gli autori del complotto volto a infangare la reputazione e il nome di Silvio Berlusconi. Anzi, peggio ancora, perché il nome non si sono limitati a infangarlo ma gliel'hanno addirittura cambiato con un altro, anche un po' buffo, che l'ha esposto a facili ironie. Ironie che, ci ascolti Ghedini, dopo la sua ferma denuncia andrebbero ritorte contro i cospiratori: visto che questa volta sono più di uno chiamateli "I Brutos" e cacciateli via. A schiaffi. Così sarà chiaro a tutti che il nostro Cesare non sapeva nulla di certi maneggi. Ma, avvocato, se ciò non dovesse avvenire sia lei a denunciare questa vergogna e subito, hic et nunc, lasci il collegio di difesa del premier e anche lo studio che le è stato dato nell'Urbe e che, tra l'altro, è pagato da noi: la Camera dei deputati.
Tanto più che potrebbe presto esserci bisogno di lei altrove. La situazione nella Gallia Cisalpina è seria. Il console Formigoni è preoccupatissimo. I magistrati stanno per interrogarlo e lui sospetta una congiura del triumviro Caio Giulio Tremonti. E non sta meglio, sempre nella Gallia, ma più a occidente, il console Cota. Pare che sia avvenuto qualcosa di strano al tempo dell'acclamazione da parte dei centurioni e i censori intenderebbero rimuoverlo. Per non parlare di quella terra piena di grano che con tanta fatica strappammo a Cartagine. Il proconsole Cappellacci ieri ha dovuto varcare il mare nostrum per presentarsi davanti ai tribuni. A tarda sera, quando era abbondantemente già scoccata la secunda vigilia, stava ancora rispondendo alle domande...
Cesare, il birillone
Cadono uno dopo l'altro i birilli del governo Berlusconi. Nell'ordine: Claudio Scajola, il ministro al Proprio Sviluppo Economico, Aldo Brancher il ministro al Proprio Legittimo Impedimento e ieri Nicola Cosentino, il sottosegretario più inquisito della storia che, tuttavia, per qualche ragione (il nostro Staino qua accanto avanza un'ipotesi) resta coordinatore in Campania del "Popolo della libertà". Auguri all'uno e all'altra.
Dunque, tre birilli a terra. Il quarto gli addetti ai lavori l'avranno riconosciuto nella nostra copertina di oggi. È quel birillino che s'intravvede sullo sfondo, proprio nello stesso punto dove, una settimana fa, avevamo profeticamente collocato Nick Cosentino. È il sottosegretario alla sottogiustizia Giacomo Caliendo, l'uomo che secondo i giureconsulti della P3 avrebbe dovuto convincere quei «quattro stronzi» di magistrati a pronunciare una decisione favorevole alla lista Formigoni in Lombardia. E che, come ci ricorda Claudia Fusani, trent'anni fa si attivò per far restituire il passaporto a Roberto Calvi, poi trovato morto sotto un ponte di Londra. Una vecchia torbida vicenda nella quale ricorreva il nome del sempreverde Flavio Carboni.
Tre birilli a terra e uno che oscilla in fondo alla pista da bowling di Palazzo Chigi, sede formale del governo. Invece nella sede reale, Palazzo Grazioli, tutti i birilli restano ben saldi e dritti. Denis Verdini, uno degli amici più cari di Carboni, indagato da due procure, è sempre coordinatore del Pdl e Nick Cosentino non solo continua a comandare il Pdl campano ma già, secondo il collaudato copione, grida al complotto. E lo fa con la benedizione del birillone, il nostro premier, il quale finge che tutta questa vicenda riguardi «quattro sfigati» e non lo chiami in causa in alcun modo.
Allora, per la chiarezza. Ieri l'Unità - unico tra i giornali nazionali - ha segnalato una notizia che con tutta probabilità oggi sarà su tutta la stampa e che ieri sera, dopo ore, è stata finalmente ripresa dalle agenzie e dai siti internet (sul nostro c'era dall'alba). E cioè che il nostro premier, col nome in codice "Cesare", compare più volte nelle conversazioni dei membri della cosiddetta P3. I quali, nei momenti cruciali delle loro attività, parlano di "Cesare" e dicono di averlo informato e consultato,
Il dubbio che Berlusconi fosse a conoscenza dell'attività degli "sfigati" sarebbe dovuto sorgere subito, visto che essi - come risulta in modo inequivocabile dagli atti - hanno agito sempre nel suo interesse. E visto che almeno due di loro (Verdini e Dell'Utri) sono ufficialmente tra i suoi principali collaboratori. Questo solo dubbio, in qualunque paese del mondo, avrebbe indotto qualunque premier a chiarire pubblicamente, e subito, il suo ruolo. Ma qua non siamo in presenza di un dubbio: l'identificazione del premier nel "Cesare" della P3 è stata fatta dai carabinieri. Leggete l'articolo di Massimo Solani per avere un'idea di quali implicazioni può avere un fatto come questo. Nessun paese può permettersi un premier potenzialmente ricattabile dalla criminalità organizzata. E il fatto che Berlusconi continui a difendere Cosentino non è la migliore delle rassicurazioni.
(Filo rosso del 15 luglio 2010)
Gasp, non è una fiction
Ha infatti plurimi livelli di lettura. In un primo momento credi d'esserti imbattuto nella mediocre sceneggiatura di un film a tesi. Una storia esagerata che si apre con un incontro tra un importantissimo dirigente del partito al governo, un senatore condannato a sette anni di carcere per rapporti con la mafia e un anziano maneggione. I tre, circondati da una corte di magistrati, affaristi e furbacchioni, ragionano su un certo business da mettere in atto in un'isola lontana per il tramite del fragile governatore che l'amministra per loro conto. Dopo una dissolvenza, ecco che il maneggione allarga i suoi interessi a tutte le vicende politiche più importanti del momento: una legge che dà l'immunità al capo del governo, una decisione amministrativa che potrebbe escludere una lista dalle elezioni. Il gruppetto non ha freni: tenta addirittura di interferire sulle scelte della corte suprema. E, quando deve decidere chi sostenere come candidato al governo della Campania, sceglie un indagato per associazione camorristica che fa anche il sottosegretario. Bum!
Stai per buttare via l'inverosimile script quando ti cade l'occhio sull'intestazione: "Tribunale ordinario di Roma". Altro che fiction: era tutto vero. Sgomento per il brusco ritorno alla realtà, cominci ad abbinare i personaggi agli interpreti: Flavio Carboni, il maneggione, Denis Verdini, il coordinatore, Marcello Dell'Utri, il senatore condannato per mafia, Nicola Cosentino, il sottosegretario indagato per camorra. E poi gli altri, i comprimari. Come quell'incredibile Pasquale Lombardi (finito dentro con Carboni) che, per interferire nella decisione sul lodo Alfano, telefona a un imbarazzatissimo Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, e alla fine, un po' deluso per non aver fatto breccia, gioca la carta che conosce meglio: «Professo', mi stanno mettendo in croce gli amici miei, che sono anche gli amici suoi». Una frasetta che contiene un'idea del mondo e sintetizza bene le insidie del metodo. Non sempre Carboni e soci raggiungono l'obiettivo. Ma ci provano sempre, e senza remore: sono ora cordiali, ora seduttivi, ora melliflui, ora minacciosi. Fanno anche qualche piccolo regalo. E aggiungono nuovi nomi alla loro agenda. No, non era una fiction. Il tuo Paese si è veramente ridotto così.
È allora che rilevi la curiosa coincidenza tra il tuo sciopero e la divulgazione di quest'opera. E ti viene il sospetto che non sia un caso, ma una beffa di qualche dio della libertà di stampa. Ti ha voluto dire che, se quella legge fosse stata in vigore, quella storia non avresti potuto né leggerla, né scriverla. E i suoi protagonisti avrebbero continuato a avvelenare indisturbati il tuo Paese.
Bavaglio senza legge
Tuttavia anche la necessità di "fare fronte" ha un limite. A tracciarlo è lo stesso valore in pericolo. Mentre mi oppongo alla legge-bavaglio perché mi impedirà di dare notizie fondamentali, non posso permettermi di omettere notizie fondamentali. Parrebbe ovvio, eppure...
Come tutti sanno, i giornali e i telegiornali offrono una scelta di notizie (è infatti fisicamente impossibile far stare in un giornale, o in un telegiornale, tutte le notizie del giorno) e, fatta la scelta, alle notizie danno una gerarchia d'importanza.
L'Unità da tre giorni (con servizi di Umberto De Giovannangeli e Gabriele Del Grande) dedica uno spazio molto ampio alla notizia di alcune centinaia di cittadini eritrei e somali che in Libia sono stati sottoposti a feroci maltrattamenti e rischiano di essere rimpatriati nei paesi d'origine. Rischiano di essere gettati nella mani dei loro carnefici. Secondo fonti autorevoli, alcuni di loro appartengono a un gruppo nel 2009 stava per raggiungere le nostre coste e che fu respinto. La notizia, in poche parole, è questa: un rilevante numero di esseri umani è in pericolo di vita. Lo è, probabilmente, anche per causa dell'Italia. E il governo italiano ha oggi il potere di intervenire per salvarli. Ma deve farlo al più presto. Perché ogni minuto il rischio aumenta.
Una notizia di questo genere (che non ha nulla a che vedere coi divieti della "legge-bavaglio") come si colloca rispetto alla gerarchia delle notizie che la "legge-bavaglio" bloccherebbe? È più o meno rilevante di un'intercettazione che riveli un episodio di corruzione? Per noi sono entrambe rilevanti. Ma in questi giorni abbiamo dovuto constatare che, all'interno del fronte che si oppone alla legge-bavaglio, non tutti la pensiamo allo stesso modo. Pochissimi organi di stampa e telegiornali hanno dato la notizia dei prigionieri in Libia, quasi nessuno (tra i quotidiani Il Manifesto, Terra e Avvenire, tra i telegiornali il Tg3 e RaiNews l'ha data con adeguato rilievo. I colleghi del "fronte" ci spieghino: è credibile chi si oppone a una legge censoria e, contemporaneamente, si autocensura davanti a una violazione dei diritti umani?
Da parte nostra andiamo avanti. Oggi con l'appello di Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli e col terribile accostamento che fa Amos Luzzatto tra questa indifferenza e l'indifferenza verso la Shoah.
democratici per scelta
Giorgio Gaber era nato nel 1939. E dunque non era propriamente un democratico "per nascita". Ma poteva a buon diritto collocarsi nella categoria perché i suoi primi ricordi e tutta la sua formazione erano avvenuti in un paese democratico.
A fare un po' di conti ormai siamo quasi tutti "democratici per nascita". Solo gli ultraottantenni sono esclusi dalla categoria perché conservano ancora qualche ricordo dei nostri tempi non-democratici. Ma per avere ricordi adulti e maturi, per aver vissuto il fascismo da maggiorenni e averne memoria, di anni bisogna averne una novantina ed essere in buona salute.
Aveva ragione Gaber: siamo quasi democratici come siamo quasi battezzati. Anche se poi le statistiche ci dicono che solo tre di noi su dieci vanno in chiesa tutte le domeniche. Non è che gli altri non si dicano cattolici - gli atei dichiarati restano una minoranza - è solo che andiamo in chiesa quando occorre. Per i battesimi, appunto, e poi per i funerali e i matrimoni. Tanto la chiesa c'è sempre. È là da Duemila anni.
La democrazia invece no. Basta sfogliare distrattamente un libro di storia per rendersene conto. Oppure si può andare a fare due chiacchiere con i vecchi. L'avete notato? I vecchi, i nostri grandi vecchi come Scalfaro e Ciampi e, con la discrezione che il ruolo gli impone, il presidente Napolitano, sono i più preoccupati per la tenuta della democrazia. Sicuramente perché, non essendo "democratici per nascita" sanno che è un bene precario. Infatti i primi allarmi per la tenuta della democrazia italiana, quando l'avventura berlusconiana era appena cominciata, li lanciarono altri vecchi troppo vecchi per essere ancora vivi, come Norberto Bobbio.
Bene, oggi in Italia - a Roma, in piazza Navona - si svolge una manifestazione per la difesa della democrazia. Non è la prima, certo. In effetti noi "democratici battezzati" di "manifestazioni democratiche" ne abbiamo fatte a centinaia da quand'eravamo ragazzi, fino a ubriacarcene e a perderne il senso. Da un po' di tempo, invece, stiamo maturando lo stato d'animo dei "democratici per scelta": facciamo le manifestazioni con la sensazione precisa che la democrazia sia a rischio. E che lo sia per la semplice ragione che, dopo aver strangolato la stampa, occupato militarmente le tv, la maggioranza di governo si è resa conto che nemmeno questo è più sufficiente a nascondere le gesta di alcuni dei malfattori che ne fanno parte: condannati per mafia, inquisiti per camorra, corrotti. Questo schifo il paese, benché stordito, non è ancora in grado di sopportarlo. Bisogna impedire - e al più presto, come dimostrano le vicende politiche di ieri - che i delinquenti vengano scoperti. E se per disgrazia succede, bisogna impedire che vengano raccontati. La privacy (che i loro giornali-spazzatura sono i primi a non rispettare) non ha nulla a che vedere con la vergogna della legge-bavaglio.
Il silenzio di Brancher
Un tipo frettoloso. Anche i suoi amici, gente che di queste faccende se ne intende, lo criticano. Sarebbe bastato che si presentasse nell'aula del tribunale, balbettasse qualcosa, e avrebbe trascorso un'estate serena per poi far valere il "legittimo impedimento" in una delle udienze successive. Invece Brancher ha voluto usarlo subito, come un bambino che apre i pacchi alla vigilia di Natale. E nell'euforia deve aver pensato di essere ministro per davvero: «Devo organizzare il mio ministero», ha proclamato l'altro ieri nello stupore generale.
E così gli è arrivata sul cranio una nota della presidenza della Repubblica che da sola, anche se non ne fosse seguita una furente richiesta di dimissioni da parte dell'intera opposizione, cose mai viste, avrebbe indotto chiunque a ritirarsi dal governo, dal parlamento e, magari, anche dall'Italia. Soluzioni che, naturalmente, Aldo Brancher non prende in alcuna considerazione. Starà incollato al suo posto. E si ricorderà che la pazienza è la virtù dei forti.
Di gente come Marcello Dell'Utri, per esempio. Sempre in parlamento e sempre imputato. Sempre libero, salvo una breve parentesi, e oggi, giorno della sentenza d'appello, chissà... magari anche innocente tra prescrizioni e derubricazioni. O come Vittorio Mangano il quale - erano altri tempi - non potè mai diventare parlamentare. E sopportò, in silenzio, dall'ergastolo, il peso dei suoi segreti.
Noi, purtroppo, sopportiamo quello di Aldo Brancher. Il quale, col suo ministero senza portafoglio, costa comunque alle casse dello Stato un milione di euro. La stessa cifra, per coincidenza, della quale è accusato d'essersi indebitamente appropriato nel processo che tenta di evitare. Ma perché mai un personaggio così è stato nominato ministro? Perché Umberto Bossi ha dovuto ingoiare questo colossale rospo e Berlusconi questa vergogna?
Silenzio, Brancher. La tua poltrona, a qualunque cosa serva, è d'acciaio.
Governo Ghedini
Il protagonista è Niccolò Ghedini il quale, nella sua qualità di legale di fiducia del premier, è anche parlamentare della Repubblica e alterna la difesa di Silvio Berlusconi nelle aule dei tribunali con la stessa attività nell'aula del Parlamento.
Niccolò Ghedini è un avvocato molto invidiato dai colleghi. Mentre quelli, per salvare i loro clienti, devono affannarsi a studiare le leggi, Ghedini può cambiarle.
Ed è un legislatore zelantissimo. La sua ultima fatica è la legge che limita le intercettazioni telefoniche in nome della privacy.
Un paio di anni fa, quando la privacy non era ancora il primo dei suoi pensieri, l'avvocato Ghedini venne a sapere di un tale che chiedeva con insistenza di essere premiato per una violazione della privacy. Una delle più clamorose della storia del dopoguerra. Questo signore raccontava di aver fatto avere al più importante cliente dell'avvocato Ghedini un piccolo brano di un'intercettazione telefonica acquisita in modo illegale nella quale si sentiva la voce di Piero Fassino, all'epoca leader del principale partito di opposizione, che diceva qualcosa come «abbiamo una banca». Era una roba senza alcuna rilevanza penale, ma succulentissima sul piano giornalistico e fruttuosa sul piano elettorale: il quotidiano della famiglia del principale cliente dell'avvocato Ghedini montò una campagna di stampa ad alzo zero. Fatto sta che questo signore, non avendo avuto dal cliente dell'avvocato Ghedini il premio che si aspettava, decise di rivolgersi all'avvocato Ghedini in persona. Ed ebbe anche una chiacchierata con un assistente del suo studio.
Il destino poi ha voluto che tutta questa vicenda arrivasse alle orecchie della magistratura di Milano proprio mentre l'avvocato Ghedini era impegnatissimo sul fronte della privacy. Infatti, ha fatto sapere ai magistrati che volevano interrogarlo come testimone di non potersi presentare. Finché i magistrati si sono scocciati e hanno deciso di ordinarne la convocazione coatta. E siamo alle tre notizie.
La prima è che l'avvocato Ghedini ha scritto un'interrogazione parlamentare per denunciare la protervia del pubblico ministero di Milano e per chiedere al suo collega nel collegio di difesa del premier, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, di inviare i suoi ispettori. Evento che renderà l'avvocato Ghedini ancora più invidiato dai colleghi. Se fino ad ora aveva potuto solo cambiare le leggi, adesso potrà dire di poter cambiare anche i giudici. Se per disgrazia gli andasse male, potrà avvalersi del piano b, detto anche "soluzione Brancher". Ed ecco la seconda notizia: Aldo Brancher è il nuovo ministro del nuovo ministero "per il federalismo" e questo gli consentirà di essere "legittimamente impedito" a presenziare alla prossima udienza del processo nel quale è accusato di appropriazione indebita.
La terza notizia, che scaturisce dal combinato disposto delle prime due, è che l'avvocato Ghedini, se non riuscirà a cambiare il giudice, sarà presto il ministro del nuovo ministero «per la Privacy».
Forza italia!
Feltri, che sputa sui morti
Siamo il paese dov'è nata la commedia dell'arte e non deve sorprendere che lo Zanni, il servo astuto, possa riproporsi dopo quattro secoli adeguando la sua astuzia al suo tempo. Viviamo tempi feroci e lo Zanni è diventato feroce.
Portare una maschera presenta parecchi vantaggi. Il più grande di tutti è che ti senti autorizzato a mettere la maschera anche al prossimo e così risparmi la fatica di ragionare sul mondo e sulla sua complessità. Se incontri una Colombina sai già che è una servetta furba, se t'imbatti in un Pantalone sei davanti a un ricco mercante stizzoso. Se hai la maschera di Vittorio Feltri e t'imbatti in un cadavere non devi far altro che sputarci sopra.
Sono anni che Vittorio Feltri lo fa. È "il giornalista feroce" e gode di una sorta di licenza. Può distruggere la reputazione di un uomo e poi, come se nulla fosse, scusarsi e andare va avanti. Ha potuto - con la collaborazione di Renato Farina, il famoso "agente betulla" - definire il collega Enzo Baldoni, ucciso in Iraq, un "pirlacchione spericolato". Ieri ha sputato sui pacifisti: «Il minimo che potevano aspettarsi quelli della Freedom Flotilla era una raffica di mitra».
Agli studenti delle scuole di giornalismo andrebbe segnalata, più che questa conclusione, la premessa: «Non eravamo sul posto (nè noi nè altri giornalisti) quindi non siamo in grado di ricostruire l'accaduto se non attraverso le fonti ufficiali, quelle di Tel Aviv».
Intanto non è esatto che non ci fossero giornalisti. Anche sulla Freedom Flotilla c'era qualcuno di quei "pirlacchioni" che rischiano la vita in cambio di quanto Feltri guadagna in mezza giornata. Ma, soprattutto mai si era vista una così candida e spudorata dichiarazione di faziosità. La stessa stampa israeliana chiede chiarezza sui fatti. Perché prima di giudicare è indispensabile sapere. Per tutti. Ma non per Vittorio Feltri, il giornalista che sputa sui morti.
Il ri-fascista di Arcore
Corsi e ricorsi. Il nostro premier ha citato Mussolini. La mattina dello stesso giorno aveva parlato agli industriali. Quasi esattamente un anno fa, parlando ai giovani industriali, aveva fatto il Mussolini. Quella volta aveva suggerito di non dare pubblicità ai giornali scomodi. Così, per farli morire. Questa volta - mentre con la legge bavaglio cerca di uccidere direttamente la libertà di stampa - ha preso in prestito una frase del Duce sui gerarchi. Che sarebbero La Russa, Bondi, Cicchitto e compagnia. Siamo d'accordo: lo diciamo da tempo.
. Così, corsi e ricorsi, ho pensato di riproporre quel post di un anno fa. Era intitolato: il fascista di Arcore. Mi sembra ancora attuale. Anzi, di più
La parola è difficile: schismogenesi. La coniò negli anni Trenta l'antropologo Gregory Bateson per descrivere certi rituali dei cannibali della Nuova Guinea.
Nel 2002 è stata introdotta nel linguaggio politico per definire una delle principali tecniche di comunicazione di Silvio Berlusconi. Una tecnica antichissima. Ecco come la sintetizza lo psicologo Alessandro Amadori: «Si lancia, possibilmentein modo informale, una strategia di attacco, si ottiene in questo modo una controreazione spropositata, si nega di aver voluto attaccare».
Il controllo dell'informazione è di grande aiuto alla schismogenesi: consente, a posteriori,di edulcorare l'attacco e di enfatizzare la reazione presentandola sempre come «spropositata».
E, in più, intimidisce l'avversario che magari tace nel timore di essere bollato come «antiberlusconiano».
Di certo gli fa perdere tempo. Se qui da noi non ci fosse questo dominio della schismogenesi, non avremmo dovuto fare una premessa tanto lunga per dire che Silvio Berlusconi è un fascista. Più precisamente: se è vero che «ogni tempo ha il suo fascismo» (Primo Levi) Berlusconi è, nel nostro tempo e nel nostro paese, la personalità che più di ogni altra assume comportamenti che richiamano gli stilemi del fascismo.
A partire dal disprezzo per la libertà di stampa. Ogni tempo ha il suo fascismo anche perché, tra un fascismo e l'altro, gli uomini liberi tentano di darsi delle leggi che ne ostacolino il ritorno. E perché, tra un fascismo e l'altro, si consolidano dei valori universali.
Oggi solo un pazzo potrebbe proporre il ripristino della censura in Italia, non solo perché la Costituzione la vieta, ma soprattutto perché sarebbe inaccettabile per l'intero mondo civile. È però possibile, quando si controlla l'informazione e si è a capo di un governo, agire per togliere ai giornali ancora liberi l'ossigeno per vivere. Per esempio la pubblicità che, come il nostro premier sa alla perfezione, in Italia ha già una distribuzione totalmente sbilanciata a favore del sistema televisivo e, cioè, delle sue tasche.
È esattamente quanto ieri (poche ore dopo le parole del presidente Napolitano sulla libertà di stampa come «fondamento della democrazia»)ha fatto Silvio Berlusconi parlando ai giovani industriali. Dopo aver descritto come una specie di golpe la collezione di scheletri che conserva nel suo armadio, ha detto (Ansa, ore 14,22): «Bisognerebbe non avere una sinistra e dei media che cantano ogni giorno la canzone del pessimismo.Anche voi dovreste fare di più: non dovreste dare pubblicità a chi si comporta così».
Qualcuno deve avergli fatto notare che l'aveva sparata troppo grossa, ed ecco(Ansa, ora 15,01) la precisazione: «Mi riferivo non alla stampa, ma al leader dell'opposizione». La pezza non solo è quasi peggiore del buco, ma non lo chiude. Il premier ha lanciato un messaggio chiarissimo: le imprese che daranno pubblicità ai giornali che non gli piacciono, non saranno apprezzate dal governo. In una fase di crisi, l'argomento è efficace. E modernamente fascista.
Quanto alla schismogenesi, suggeriamo ai lettori di seguire i telegiornali di oggi.
(14 giugno 2009)
Vergogna senza legge
Il diretto interessato è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La notizia è che, secondo un atto giudiziario articolato e motivato, l'attuale premier, in compagnia di suo fratello Paolo, la sera del 24 dicembre del 2005 entrò in possesso della registrazione, coperta da segreto istruttorio, della telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte. Quella della famosa frase "abbiamo una banca" che, pochi giorni dopo, Il Giornale pubblicò a tutta pagina avviando una campagna mediatica che ebbe un peso non piccolo nella rimonta del centrodestra e nel "quasi pareggio" delle politiche del 2006.
È una vicenda che ricorda quel «caso Watergate» che portò alla dimissioni di Richard Nixon. Con una differenza fondamentale, che è la stessa differenza che passa tra un paese normale e l'Italia di Berlusconi: il presidente degli Stati Uniti fu obbligato a giustificarsi. Lo fece in modo goffo, mentì. E per questo fu costretto a dimettersi. Il presidente del Consiglio italiano non solo non ha detto una parola, ma hanno evitato di farlo anche i suoi parenti e amici coinvolti nella vicenda.
Quanto avete letto fino a questo momento, se passerà la cosiddetta «legge sulle intercettazioni» nella versione preferita dal governo, non potrete leggerlo più. Non è una novità. Sono settimane che la (ancora) libera stampa segnala questo genere di articoli e questo pericolo. Ma oggi c'è qualcosa di nuovo e sbalorditivo. Oggi - leggere l'articolo di Claudia Fusani e Giuseppe Vespo per credere - veniamo a sapere che il capo di una maggioranza che, in un momento tragico per l'economia del paese, sta obbligando il Parlamento a dedicare giorni a una legge che limita l'uso investigativo delle intercettazioni e il diritto di cronaca, è pesantemente sospettato di aver messo in atto, in materia di intercettazioni, un comportamento ben più grave di quelli che la nuova legge vorrebbe impedire.
Perché i sostenitori della legge bavaglio parlano di "tutela della privacy", di vite devastate, etc etc. ma non menzionano mai il caso di intercettazioni coperte da segreto e di fatto rubate agli investigatori. Non ne parlano perché per punire questi comportamenti non c'è alcun bisogno di nuove leggi. Basta il vecchio codice penale.
Siamo dunque a questo. Berlusconi - colpito da un sospetto da codice penale - può fare finta di niente. Tacere, non dare alcuna spiegazione. E, nello stesso tempo, può essere il primo fautore di una legge che rende penalmente rilevanti - nella stessa materia - comportamenti che in tutte le altre democrazie occidentali non lo sono. Qua siamo oltre le leggi ad personam, siamo anche oltre il concetto assolutista dell'imperatore che sta al di sopra delle leggi. Siamo al di là di qualunque legge-vergogna. Siamo alla vergogna pura e semplice.
Anemopoli, la città invisibile
Nel caso di Anemopoli gli sguardi fuggitivi sono stati quelli di alcuni uffici della magistratura romana e della Guardia di finanza. Oggi raccontiamo e documentiamo che, fin da due anni fa, erano in possesso di documenti e intercettazioni che descrivevano il cosiddetto "sistema gelatinoso". Non li hanno visti, o li hanno guardati distrattamente, di certo non si sono mossi. Come se la gelatina del sistema gelatinoso fosse diventata il fango della città invisibile di Argia dove gli uomini stremati dell'umidità non potevano far altro che stare immobili.
Nella città invisibile di Argia, però, stavano immobili tutti. In quella di Anemopoli, invece, solo i controllori. I controllati non stavano mai fermi. Correvano velocissimi e famelici come gli uomini-topo nei cunicoli di piombo di Marozia: percorsi sperimentati e protetti. Si muovevano in un sistema di regole non scritte, ma ben note a tutti e applicate con rigore. Tecnicamente, un ordinamento giuridico consuetudinario, come tutti gli ordinamenti delle società dei ladroni. Con in più la totale assenza di rispetto per la comunità di appartenenza. Ed è in questo che Anemopoli si differenzia da Tangentopoli dove, in un estremo sussulto di decenza, i ladri dicevano di averlo fatto per il partito. Ad Anemopoli lo si faceva per se stessi o, nei momenti di massimo altruismo, per il cognato.
Non ci siamo divertiti a scrivere il codice di Anemopoli, a trasformare in articoli di legge le "regole" emerse quando finalmente le indagini sono uscite dalla gelatina e sono entrate nella disponibilità, e nel potere di controllo, dell'opinione pubblica. Quel potere - è ancora cronaca di questi giorni - che il governo si accinge a togliere con la vergognosa legge sulle intercettazioni. Lo strumento per rendere tutte le Anemopoli eternamente invisibili.
Come ci racconta Claudia Fusani, fin dal giugno del 2008 la procura di Nuoro intercettò conversazioni dove si parlava a proposito del G8 della Maddalena di appalti e di «buste di ringraziamento». Era lo stesso periodo in cui un'altra cricca affaristico-mafiosa metteva a punto i suoi progetti per l'eolico in Sardegna, dopo aver sperimentato lo stesso metodo in Sicilia. Forse non è un caso ma una profezia che lo strumento per misurare la forza del vento si chiami anemometro.
Stando alle profezie e alle città invisibili, consoliamoci rileggendo quanto scrisse Italo Calvino a proposito del momento in cui Kublai Khan, l'onnipotente imperatore, viene travolto da quel «senso di vuoto che ci prende una sera con l'odore degli elefanti dopo la pioggia... una vertigine che fa tremare i fiumi». Insomma, un senso di salutare angoscia: «È il momento in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo».
La nuova maschera del Grande Trasformista
L'intera epopea berlusconiana è una, ahìnoi vittoriosa, battaglia contro la realtà. A partire dal 1994 quando riuscì a convincere la maggioranza degli italiani d'essere "sceso in campo" per salvare il paese dal comunismo e non le sue aziende dal fallimento, fino a meno di un anno fa quando - mentre il mondo ancora sghignazzava incredulo per lo scandalo delle escort - riuscì a rifarsi la faccia col G8 allestito cinicamente sulla macerie dell'Aquila.
Sarà una battaglia durissima. Non bisogna commettere l'errore di misurare la capacità di resistenza di Berlusconi con quella degli uomini che lo circondano. La vicenda della casa con vista sul Colosseo non è lontanamente paragonabile al caso dell'avvocato David Mills. Ma un sospetto di corruzione personale ha distrutto un potente ministro, mentre l'accusa formale di aver deviato il corso della giustizia corrompendo un testimone ha appena infastidito il Grande Trasformista. E non si dica che Scajola si è fatto male da solo con quella bislacca uscita sulla casa pagata "a mia insaputa". La difesa di Silvio Berlusconi meno di un anno utilizzò un argomento identico. Con la sola differenza che al posto di Diego Anemone c'era Giampaolo Tarantini, e al posto della vista sul Colosseo c'era quella su Patrizia D'Addario.
Claudio Scajola è stato la Pearl Harbor del Grande Trasformista. Un errore madornale di valutazione sulla capacità di sopportazione dell'opinione pubblica rivelato dai sondaggi. L'applausometro di Palazzo Chigi e non un sussulto di moralità ha segnato la morte politica del ministro. Ed è stata con tutta probabilità questa consapevolezza a spingere Guido Bertolaso a quella frettolosa e goffa pubblica autodifesa. Col caso Scajola Berlusconi ha capito che nemmeno tutti i minzolini del mondo possono far digerire a un paese in crisi nuovi scandali e nuove ruberie. E ha cominciato a costruirsi la maschera del moralizzatore. Seguito a ruota dai più veloci tra i suoi ministri. Ne vedremo delle belle. Le armate della disinformazione sono mobilitate. Ognuno deve fare la sua parte. Ricordando, con pazienza e precisione, chi sono e cosa hanno fatto questi moralizzatori. Un piccolo promemoria. Il governo Berlusconi ha triplicato le spese per i voli di Stato, ha triplicato i dipendenti della protezione civile, ha eliminato i massimi retributivi per i manager pubblici e tutte le norme di contenimento degli sprechi. E, di recente, ha nominato due sottosegretari, per un costo annuo aggiuntivo di un milione di euro. Uno di loro è quella Daniela Santanché che - dall'alto dei suoi tacchi a spillo - oggi propone di tagliare del 10 per cento le indennità parlamentari.
Quando i democratici fanno "Uff"
E' un fenomeno ormai consolidato. L'annuncio del ‘ritorno in campo' di Veltroni ha scatenato reazioni analoghe a quelle che registriamo tutte le volte che, in qualche modo, torna in campo D'Alema. Ne ha dato conto nella sua rubrica delle lettere Luigi Cancrini: "le posizioni assunte da Veltroni a Cortona hanno suscitato la rabbia di molti lettori". Hanno suscitato anche dei consensi, naturalmente. Ma qua ci occupiamo della "rabbia".
Perché, come nei precedenti dalemiani, è una rabbia che sostanzialmente prescinde dal merito delle questioni poste da Veltroni (o da D'Alema). E' una rabbia "stufa". E' un "uff".
Il Partito democratico è una realtà così complessa che sarebbe temerario pensare di poterne interpretare tutti gli umori. Ed è pure vero che i nostri sensori degli umori interni del Pd non sono perfetti. Si tratta delle lettere dei lettori, dei messaggi nei blog e in facebook. Ma anche fatta la tara più severa, questi "uff" si sentono in modo nitido. E a causarli sono due forme di fastidio. C'è un fastidio che nasce dal timore. E c'è un altro fastidio che nasce da una certa idea della politica.
Il fastidio-timore è riferito alle divisioni interne. La sola prospettiva è insopportabile. E incomprensibile. C'è una fascia di elettori del Pd che è per il segretario. In quanto tale. Che era veltroniana al tempo della segreteria Veltroni ed è bersaniana oggi. E non perché non abbia opinioni sulla linea. Semplicemente perché ritiene che non ci sia tempo da perdere. C'è un segretario e si lavora con lui. Che poi è qualcosa di molto simile a quanto dice Reichlin nella videointervista (che suggeriamo a tutti di andare a vedere) sulla nostra home page.
Il fastidio-idea della politica è una specificazione interna del diffuso sentimento anticasta. Un dirigente politico che è tale da anni, che è rimasto tale dopo essere stato sconfitto, suscita in molti un'immediata diffidenza e, ancora una volta, irritazione. E' un sentimento prepolitico e forse anche antipolitico. Ma esiste. In un paese che ha precarizzato le giovani generazioni, risulta a molti incomprensibile che proprio i dirigenti politici (i quali, in una democrazia, dovrebbero essere ‘precari' per definizione) siano stabilizzati nei loro ruoli istituzionali al pari di magistrati o dirigenti della pubblica amministrazione.
E non basta dire: "Chi vuole si faccia avanti". Andreotti è andato avanti per cinquant'anni teorizzando qualcosa di simile. La dirigenza politica di qualunque partito, e a maggior ragione di un partito democratico, non può limitarsi a constatare che non ci sono giovani dirigenti in grado di sostituire i vecchi. Perché la formazione della nuova classe dirigente è uno dei doveri principali della classe dirigente in carica. Se "non si fa avanti nessuno" la responsabilità non è dei giovani democratici, ma di quelli che li guidano. Dice Rechlin nell'intervista: "I partiti nascono per dare risposte ai problemi del paese. Non nascono per i suoi dirigenti". Ecco una frase da scolpire sul granito.
Il fatto che tra i compiti che si danno le varie fondazioni ci sia anche quello di contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente non risolve il problema. Non attenua l'intensità degli "uff" e delle diffidenze. Perché questo è un compito nel quale le fondazioni possono supportare ma non sostituire il partito. Se il partito appare poco impegnato nel compito, nasce il sospetto che le fondazioni non stiano formando la classe dirigente del Pd ma quella delle fondazioni. Al contrario, se un intero partito è impegnato in modo unitario - quindi con i suoi massimi dirigenti e leader storici - a preparare il ricambio, l'attività delle stesse fondazioni, e dei loro fondatori, s'illumina di una luce nuova. E, chissà, finiscono anche gli uff.Convivenza mafiosa
Prima l'inchiesta sul G8 e i Grandi eventi, poi il caso Mokbel-Di Girolamo e, infine, il "comitato d'affari" per l'eolico in Sardegna. Una concentrazione di inchieste che ha fatto evocare i tempi di Tangentopoli. Certo, le analogie sono molte: ci sono i rapporti di scambio tra politici e imprenditori, c'è la corruzione degli alti livelli della pubblica amministrazione, ci sono gli appalti dati senza controlli e i prezzi gonfiati. Ma c'è, in più, in ciascuna di queste inchieste, la presenza della criminalità mafiosa. A volte col suo apparato organizzativo per raccogliere i voti necessari all'elezione di un parlamentare europeo. A volte per via di amicizie, conoscenze, parentele, come nel caso della nomina a direttore dei lavori per il restauro della galleria degli Uffizi di un manager per parrucchieri fratello del titolare di un'impresa siciliana vicina a Cosa Nostra. A volta la presenza è, per così dire, istituzionale. Ed ecco che sono le telefonate tra Marcello Dell'Utri (condannato, non dimentichiamocelo, in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa) e Flavio Carboni e guidare gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia nell'inchiesta sul business delle centrali eoliche.
La convivenza è pienamente riuscita. Flavio Carboni è stato assolto da quell'accusa qualche giorno fa, ma era sotto inchiesta per l'omicidio di Roberto Calvi quando, nel settembre scorso, fu notato tra i partecipanti a un convegno sul federalismo fiscale assieme al presidente della Regione sarda e a una lunga lista di alti magistrati. Ed era nella stessa condizione quando, accanto al coordinatore del Pdl Denis Verdini - proprietario di una banca consigliata da Carboni - assistette al discorso di Silvio Berlusconi per l'avvio della campagna elettorale nell'isola.
La Sicilia è meno mafiosa di prima - ha detto Antonino Ingoia ricordando a Roma Peppino Impastato - l'Italia lo è di più». Mentre gli imprenditori siciliani, guidati da Ivan Lo Bello, combattono la loro coraggiosa battaglia per liberarsi dall'oppressione di Cosa Nostra, la criminalità organizzata entra nei salotti buoni della Capitale, partecipa alle elezioni per il parlamento europeo, stabilisce relazioni con l'amministrazione centrale dello Stato. Intrecci per buona parte scoperti attraverso intercettazioni telefoniche realizzate nell'ambito di indagini che al principio non riguardavano la mafia. E che, con la legge sostenuta dal governo, difficilmente potranno emergere in futuro. A quel punto nulla potrà più disturbare la convivenza.
In Sardegna
Il blog si ferma per due giorni, non l'autore. Spero di vedere molti di voi di persona tra Sassari e Cagliari. Ecco il testo di presentazione e il programma (a cui vanno aggiunti i nomi di Elena Ledda e Flavio Soriga, che ringrazio).
A si biri
La redazione dell'Unità dal 1° al 3 maggio si trasferisce in Sardegna. Prima all'Asinara, poi a Sassari e infine a Cagliari. E' la prima parte di un tour che, con l'Unità mobile, nelle prossime settimane proseguirà in altri centri dell'isola.
Veniamo per ascoltare. Per raccogliere testimonianze, storie, materiale di documentazione. Per dare voce a quelli che oggi non ne hanno, o ne hanno troppo poca. Per approfondire notizie, denunce, problemi che hanno difficoltà a trovare spazio nel tradizionale circuito dell'informazione.
Col direttore Concita De Gregorio, il condirettore Giovanni Maria Bellu. E con la scrittrice e disegnatrice satirica Francesca Fornario, l'Unità torna nella terra di Antonio Gramsci, il suo fondatore. Lo fa in punta di piedi, con rispetto e con orgoglio. Per avviare un lavoro che sarà preciso e paziente.
Lettori della Sardegna, sardi - e siete tanti - che vivete fuori dall'isola, in altre regioni d'Italia, in altri paesi del mondo, diteci fin d'ora quali sono i temi che vorreste vedere trattati sul vostro giornale. Segnalateci i fatti, i nomi e le persone. Diteci dei luoghi che rischiano di perdere la loro bellezza, delle realtà produttive in pericolo. E anche di chi resiste, si organizza, investe sul futuro.
Col pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà. Avanti tutti assieme. Fortza paris.
Ecco il programma: l'Unità redazione aperta in Sardegna.
Concita De Gregorio, direttore; Giovanni Maria Bellu, condirettore. Con Francesca Fornario
1 maggio
Una mostra delle vignette di Virus, la pagina satirica sul web de l'Unità, con Lo Scorpione, Fifo, Fei Vukic, Fabio Magnasciutti, AlecellaCeciGian, Betty Greco, Mauro Biani, Francesco Schietroma, Mario Natangelo e, alla presenza di Francesca Fornario e di alcuni autori di Virus. Dibattito sulla satira: il tutto a Siniscola (Nuoro), ospiti del Sardinia Mob Fest.
2 maggio
L'Asinara. Incontro nell'isola dei cassintegrati su "Media e mondo del lavoro"
Ore 19, Sassari Hotel Grazia Deledda. "Povera scuola in povero Stato". Col "movimento per la difesa della scuola pubblica"
3 maggio
Cagliari. Sala conferenze Hotel Mediterraneo. Concita De Gregorio e Giovanni Maria Bellu incontrano la città e i lettori. Con Francesca Fornario e Mauro Palmas
Ore 16. In collegamento con Roma riunione di redazione aperta: il giornale in diretta
Ore 18. Un ponte di carta stampata. Raccontare la Sardegna all'Italia e l'Italia alla Sardegna
I "cattivi" sono stupidi
Non c'è dubbio che la Lega Nord sia un partito che funziona come pochi. Non conosce i contrasti e la dialettica che toccano un po' tutti gli altri. Nella Lega i leader parlano e i militanti eseguono. Obbedienza pronta, cieca e assoluta. Soprattutto cieca. Ma, francamente, quando poco più di un anno fa il ministro Roberto Maroni disse che con gli immigrati irregolari bisogna «essere cattivi» non immaginavamo che tanti amministratori leghisti (e anche alcuni del Pdl) avrebbero inteso le sue parole in modo letterale e le avrebbero addirittura tradotte in atti amministrativi.
Rinaldo Gianola, nell'articolo sul quotidiano in edicola, ci racconta una serie di decisioni assunte in vari centri della provincia di Brescia. Alcune sono ben note - come la tristissima vicenda della mensa di Adro - molte altre sono sfuggite alle cronache. In comune hanno l'inutilità e la stupidità. Che poi sono componenti specifiche della cattiveria. Il caso forse più sbalorditivo è quello di Ospitaletto dove il sindaco è arrivato a pretendere da tutti i cittadini stranieri un certificato penale rilasciato nel paese di origine. Tutti. Anche i rifugiati politici. Come se il comune di Parigi avesse chiesto ai fratelli Rosselli un certificato di buona condotta timbrato dall'Ovra.
Ignoranza o malafede? La prima ipotesi sarebbe tutto sommato la più rassicurante. Perché l'idea che buoni padri di famiglia e cattolici praticanti - quali sono in gran parte gli autori di questi abomini - possano consapevolmente rispedire un rifugiato politico nelle mani del suo boia è inaccettabile. Appartiene alla categoria dell'inconcepibile. Eppure...
Eppure è esattamente quanto stiamo facendo da più di un anno. Da pochi mesi dopo la dichiarazione "cattivista" del ministro Maroni. Il blocco degli arrivi dei boat people a Lampedusa è, infatti, il suo fiore all'occhiello. Che questi arrivi rappresentassero meno del 10 per cento degli ingressi irregolari in Italia è un dato di fatto che i telegiornali tacciono per suonare la fanfara della grande efficacia della politica del «Tutti indietro».
"Tutti indietro» è anche il titolo di un libro da leggere. L'ha scritto Laura Boldrini, portavoce per l'Italia dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. Ci racconta le storie di quelli che respingiamo. Ci dice che il governo italiano fa sistematicamente, in via preventiva, quanto quel sindaco ha rischiato di realizzare per via amministrativa. Nel 2008 le domande di asilo politico erano state 31.000. Con la cosiddetta "politica dei respingimenti" sono scese a 17.000. Fate un po' i conti: circa 14.000 persone non hanno avuto neanche la possibilità di chiederci pietà.
Se il tanto invidiato "radicamento" leghista nel territorio" produce questi orrori, noi preferiamo il radicamento nel mondo civile dei sindacalisti e degli avvocati che ogni giorno li combattono. Che, tra accuse di "buonismo" e ironie, alzano la voce. Come dovrebbe fare, ogni giorno, in ogni luogo dove ci sia un'ingiustizia, i rappresentanti del Partito democratico. Non possono esserci tatticismi davanti alle violazioni dei diritti umani.
(Filo rosso del 29 febbraio 2010)
Italian mysteries/ 3. Bossi
To the foreigners that, faced with Berlusconi's conduct, ask us: "How can a civilized country stand it?"
(Agli stranieri che, davanti alle gesta di Berlusconi, ci domandano: "Come può, un paese così civile, sopportare tutto questo?)
Umberto Bossi is the leader of Lega (Northern League), a political movement that controls Italy and the Ministry of Interiors, the institution that oversees the police force. The name of the Interior Minister is Roberto Maroni; he was convicted for having attempted to bite a police officer on the ankle. The officer was following a court order to search the party's quarters.
Umberto Bossi states that federalism is the only way to bring back moral values in Italian public life. He received an eight months prison sentence for criminal violation of campaign finance laws.
Another of Bossi's reasons to promote federalism is to uphold merit principles. Bossi's son, Renzo, failed many times his final high school test, but he is now a member of the Government of the Lombardy Region, where the Northern League was born.
(Umberto Bossi è il capo della Lega Nord, movimento politico che governa l'Italia e che ha il ministero dell'Interno, quello che comanda sulla polizia. Il ministro si chiama Roberto Maroni ed è stato condannato per aver tentato di mordere una caviglia a un poliziotto che, su ordine della magistratura, doveva svolgere una perquisizione nella sede del partito.
Umberto Bossi sostiene che il federalismo è l'unico modo per riportare la moralità nella vita pubblica italiana. E' stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato la legge sul finanziamento dei partiti.
Secondo Bossi, un'altra ragione a sostegno del federalismo è la tutela del merito. Il figlio di Bossi, Renzo, più volte bocciato all'esame conclusivo delle scuole secondarie, è deputato regionale in Lombardia, la regione dove è nata la Lega Nord).
Previous answers
(Gianpaolo Ganzer)
A special Force of the National Gendarmerie of Italy, policing both the military and civilian populations, named Raggruppamento operativo speciale dell'Arma dei Carabinieri, is the main agency in the war against terrorism and organized crime in Italy. The general in charge is Giampaolo Ganzer. Yesterday, the Milan prosecutor asked the court to convict him to a 27-year sentence for criminal association and other crimes related to weapons and drugs trafficking.
The general said that he will keep doing his job in a serene way. Nobody dared to ask him which job.
(Risposta 1 - Il Raggruppamento operativo speciale dell'Arma dei carabinieri è il principale strumento investigativo di cui l'Italia dispone nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Il suo comandante è un generale, Giampaolo Ganzer. Ieri il pubblico ministero di Milano ha chiesto la sua condanna a 27 anni di reclusione per associazione a delinquere e altri reati legati al traffico di droga e di armi. Il generale ha detto che andrà avanti serenamente nel suo lavoro. Nessuno ha osato domandargli quale).
(Marcello Dell'Utri)
The Palermo district attorney asked for an 11-year jail term for senator Marcello Dell'Utri for aiding organized crime (mafia) in its criminal activities during the trial appeal - the second stage in Italy's three-tier judicial system. In the first trial, Dell'Utri was sentenced to serve nine years in prison. On the same day, Italian Prime Minister Silvio Berlusconi stated that the reason why people around the world associate Italy with mafia is because of author Roberto Saviano's books, and a television series titled 'La Piovra'.
Marcello Dell'Utri has been instrumental to Prime Minister Silvio Berlusconi' s debut into politics. Roberto Saviano, instead, has received death threats by camorra, an Italian mafia organization, and for many years he has been living under police protection. Marcello Dell'Utri is free; he collects antique books, and he is a senator in Premier Silvio Berlusconi's People of Freedom (PDL) party, the main Italian party.
(Risposta 2 - Il procuratore generale di Palermo, nel processo di secondo grado che ha per imputato Marcello Dell'Utri, ha chiesto che venga condannato a 11 anni di carcere per aver aiutato la mafia nelle sue attività criminali. Nel processo di primo grado, dell'Utri era stato condannato a 9 anni di carcere. Lo stesso giorno il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha detto che è a causa di uno scrittore, Roberto Saviano, e uno sceneggiato televisivo, La Piovra, che l'Italia è associata, nel mondo, alla mafia. Marcello Dell'Utri è stato il principale collaboratore di Silvio Berlusconi nell'organizzazione del suo ingresso in politica. Roberto Saviano è minacciato di morte da una delle organizzazione mafiose italiane, la camorra, e vive da anni scortato dalla polizia. Marcello Dell'Utri è libero, colleziona libri antichi, ed senatore del "Popolo delle libertà", il partito che governa l'Italia).
Quell'inascoltato grido di Bobbio
Ricordate il "conflitto d'interessi", quell'ossessione coltivata fin dal tempo della discesa in campo di Silvio Berlusconi da un manipolo di vecchi? Così vecchi che molti di loro sono morti. Alessandro Galante Garrone, Paolo Sylos Labini e il più grande e più "ossessionato" di tutti, Norberto Bobbio. Già nel marzo del 1995 scriveva che l'ostacolo più serio a una normale democrazia dell'alternanza era che il «creatore e possessore di tre gigantesche macchine del consenso» fosse diventato presidente del Consiglio. Temeva per il futuro del Paese Norberto Bobbio. Nel marzo del 2001 lanciò un appello per invitare gli elettori del centrosinistra "delusi" (quasi una condizione esistenziale, a quanto pare) a recarsi alle urne: «Una vittoria della Casa delle Libertà minerebbe le basi stesse della democrazia». Fu liquidato con un sorriso di sufficienza e un rimbrotto. Ma quale pericolo per la democrazia, replicò un gruppo di intellettuali del centrosinistra, questi allarmi «sono strumenti di un vecchio arsenale ideologico».
Berlusconi vinse le elezioni e riuscì a consolidare l'idea che il conflitto d'interessi non fosse poi una questione cruciale.
Quella colossale sottovalutazione è stata una delle ragioni del distacco dal centrosinistra di una parte considerevole del suo elettorato. E lo è ancora perché periodicamente se ne vedono gli effetti. Trasformata in senso comune l'idea che il possesso di tre tv da parte di un premier non è uno scandalo, Berlusconi è andato senza pudori all'assalto della tv pubblica. Ha cacciato Biagi, è riuscito per un po' a far fuori Santoro, ci ha riprovato di recente estendendo la lista di proscrizione ai nomi di Giovanni Floris, Milena Gabanelli, Serena Dandini. Vicende note, confermate tra l'altro dalle sbalorditive intercettazione della procura di Trani. Con quelle servili parole del direttore generale Masi: «Stiamo aggiustando la Rai, stiamo facendo di tutto, abbiamo pure mandato via Ruffini». Ecco, oggi - nel giornale in edicola - raccontiamo le tecniche del killeraggio di Paolo Ruffini, un professionista unanimemente stimato che, in anni di lavoro, ha portato alla tv pubblica ascolti, consensi e risorse economiche. Descriviamo come, col denaro pubblico e per la tutela di interessi privati, si distrugge un'azienda. Senza scrupoli né pudori. Senza nemmeno rispettare le forme: un incarico "alternativo" inventato e poi il silenzio.
Raccontiamo anche che il Pd ha deciso di affrontare la questione della Rai. A partire da oggi un gruppo di lavoro elaborerà, in tempi stretti, un disegno di legge volto a sottrarre la tv pubblica agli attuali criteri di spartizione politica che, in presenza del conflitto d'interessi, determinano il controllo totale da parte del premier del sistema radiotelevisivo. Quanto alla questione principale, quella sollevata invano da Bobbio e dagli altri vecchi, le cose sono più complicate. In questa legislatura è impensabile far passare una legge anti-trust in linea con quelle dei paesi dell'occidente democratico. D'altra parte non ci si è riusciti nemmeno quando si disponeva di una, sia pure risicata, maggioranza. E Fini? Ecco una bella domanda per il leader di una destra moderna e liberale.
Italian mystery/2
The Palermo district attorney asked for an 11-year jail term for senator Marcello Dell'Utri for aiding organized crime (mafia) in its criminal activities during the trial appeal - the second stage in Italy's three-tier judicial system. In the first trial, Dell'Utri was sentenced to serve nine years in prison. On the same day, Italian Prime Minister Silvio Berlusconi stated that the reason why people around the world associate Italy with mafia is because of author Roberto Saviano's books, and a television series titled 'La Piovra'.
Marcello Dell'Utri has been instrumental to Prime Minister Silvio Berlusconi' s debut into politics. Roberto Saviano, instead, has received death threats by camorra, an Italian mafia organization, and for many years he has been living under police protection. Marcello Dell'Utri is free; he collects antique books, and he is a senator in Premier Silvio Berlusconi's People of Freedom (PDL) party, the main Italian party.
MISTERO ITALIANO/2. Il procuratore generale di Palermo, nel processo di secondo grado che ha per imputato Marcello Dell'Utri, ha chiesto che venga condannato a 11 anni di carcere per aver aiutato la mafia nelle sue attività criminali. Nel processo di primo grado, dell'Utri era stato condannato a 9 anni di carcere. Lo stesso giorno il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha detto che è a causa di uno scrittore, Roberto Saviano, e uno sceneggiato televisivo, La Piovra, che l'Italia è associata, nel mondo, alla mafia. Marcello Dell'Utri è stato il principale collaboratore di Silvio Berlusconi nell'organizzazione del suo ingresso in politica. Roberto Saviano è minacciato di morte da una delle organizzazione mafiose italiane, la camorra, e vive da anni scortato dalla polizia. Marcello Dell'Utri è libero, colleziona libri antichi, ed senatore del "Popolo delle libertà", il partito che governa l'Italia.

