- Petizione ai Ministri Riccardi e Cancellieri per un permesso di soggiorno umanitario per i profughi dalla Libia
- Articoli sulla manifestazione antirazzista di oggi, 14 gennaio, a Roma
- Foto della manifestazione nazionale antirazzista di Firenze del 17 dicembre 2011
- SOLIDALI CONTRO LA CRISI – Assemblea pubblica – Napoli, 3 dicembre 2011
- Gli effetti della “Direttiva rimpatri” sulla normativa italiana in tema di immigrazione
- amanti eterni
- OMBRE E RAGGI
- La sentenza della Corte di Giustizia Europea che boccia il reato di inottemperanza all’ordine di allontanamento (14, co 5 ter)
- Le norme in materia di accoglienza dei fratelli provenienti dal nord africa
- VITTORIO ARRIGONI VIVE!
Rom a Milano di fronte al dramma del freddo
Milano, 7 febbraio 2012. Messaggio trasmesso pochi minuti fa al sindaco di Milano Giuliano Pisapia:
Piano urgente per i Rom colpiti da temperature gelide. Un'iniziativa necessaria che le istituzioni locali si sono ripromesse oggi - pubblicamente - di affrontare in modo efficace, secondo criteri umanitari. La cosa principale è accertare che le strutture selezionate dal Comune accoglieranno famiglie al completo, altrimenti sarà la solita ipocrisia nello stile del centro-destra (i cui rappresentanti hanno definito talora come "promiscuità" l'unità familiare: una definizione che fa rabbrividire). Ricordiamo che neanche i nazisti riuscirono a dividere la famiglie Rom (un popolo che basa sull'integrità familiare la propria ragione di esistenza e le proprie tradizioni), che ad Auschwitz vennero internate - unite anche di fronte allo sterminio - nello Zigeunerlager.
Piano urgente per i Rom colpiti da temperature gelide. Un'iniziativa necessaria che le istituzioni locali si sono ripromesse oggi - pubblicamente - di affrontare in modo efficace, secondo criteri umanitari. La cosa principale è accertare che le strutture selezionate dal Comune accoglieranno famiglie al completo, altrimenti sarà la solita ipocrisia nello stile del centro-destra (i cui rappresentanti hanno definito talora come "promiscuità" l'unità familiare: una definizione che fa rabbrividire). Ricordiamo che neanche i nazisti riuscirono a dividere la famiglie Rom (un popolo che basa sull'integrità familiare la propria ragione di esistenza e le proprie tradizioni), che ad Auschwitz vennero internate - unite anche di fronte allo sterminio - nello Zigeunerlager.
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Vercelli: scatti sul misterium iniquitatis della Shoa
Vercelli, 6 febbraio 2011. Rimarrà aperta fino a mercoledì 8 febbraio la mostra che commemora la Dodicesima Giornata della Memoria, nel Foyer del Salone Dugentesco Il titolo è “Capelli d’oro e di cenere” di Roberto Malini e Steed Gamero ed è a cura dell’associazione Italia Israele di Vercelli, con la collaborazione del Comune di Vercelli.
Si possono osservare immagini di ritratti femminili di testimoni della Shoah realizzate soprattutto in Italia e in Israele. Anche quest’anno gli artisti vercellesi, singolarmente o in gruppo, come gli allievi del Liceo Artistico cittadino guidati dalla professoressa Monica Falcone, hanno voluto esprimere la loro partecipazione alla ricorrenza con le loro opere. In visione ci sono anche una trentina di fotografie scattate durante la persecuzione razziale da militari tedeschi e raccolte dal novarese Giulio Pastoretti: immagini toccanti che testimoniano momenti di vita nei ghetti dell’Est europeo. Nella foto, Marco Ricciardiello, presidente dell'Associazione Italia-Israele
Si possono osservare immagini di ritratti femminili di testimoni della Shoah realizzate soprattutto in Italia e in Israele. Anche quest’anno gli artisti vercellesi, singolarmente o in gruppo, come gli allievi del Liceo Artistico cittadino guidati dalla professoressa Monica Falcone, hanno voluto esprimere la loro partecipazione alla ricorrenza con le loro opere. In visione ci sono anche una trentina di fotografie scattate durante la persecuzione razziale da militari tedeschi e raccolte dal novarese Giulio Pastoretti: immagini toccanti che testimoniano momenti di vita nei ghetti dell’Est europeo. Nella foto, Marco Ricciardiello, presidente dell'Associazione Italia-Israele
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Premio Makwan 2011 a Hamdy Al-Azazy, difensore dei profughi nel Sinai
Gli attivisti del Gruppo EveryOne e gli operatori umanitari scelti per votare i difensori dei diritti umani che in tutto il mondo si sono distinti per il loro coraggio e i loro risultati, hanno assegnato il Premio Makwan 2011 a Hamdy Ahmed Al-Azazy, il presidente della ong New Generation Foundation for Human Rights di Arish (Nord del Sinai, Egitto), che da anni si dedica all'assistenza dei profughi - soprattutto subsahariani - nelle carceri e negli ospedali, oltre che alla tutela dei loro diritti.
Negli ultimi anni Hamdy si è impegnato per contrastare i traffici di esseri umani e organi nel Sinai, opponendo le ragioni dell''umanità al tragico fenomeno dei rapimenti di profughi in fuga da crisi umanitarie da parte delle bande di predoni che operano ad Arish, Rafah, Gorah, Sheikh Zuweid e altre città del Sinai.
Per opporsi a questi odiosi crimini umanitari, Hamdy Al-Azazy ha operato - e opera - spesso in sinergia con il Gruppo EveryOne, ottenendo risultati importanti: la liberazione di centinaia di profughi e, attraverso difficili azioni diplomatiche nei confronti delle autorità egiziane e internazionali, nonché dei capi-tribù beduini del Sinai, la riduzione della tratta di migranti e rifugiati, nonché della compravendita di organi umani. Insieme al Gruppo EveryOne - di cui la New Generation Foundation for Human Rights è partner - Hamdy ha cooperato con la CNN nella realizzazione del documentario"Death in the Desert", andato in onda per la prima volta il 5 novembre 2011.
Negli ultimi anni Hamdy si è impegnato per contrastare i traffici di esseri umani e organi nel Sinai, opponendo le ragioni dell''umanità al tragico fenomeno dei rapimenti di profughi in fuga da crisi umanitarie da parte delle bande di predoni che operano ad Arish, Rafah, Gorah, Sheikh Zuweid e altre città del Sinai.
Per opporsi a questi odiosi crimini umanitari, Hamdy Al-Azazy ha operato - e opera - spesso in sinergia con il Gruppo EveryOne, ottenendo risultati importanti: la liberazione di centinaia di profughi e, attraverso difficili azioni diplomatiche nei confronti delle autorità egiziane e internazionali, nonché dei capi-tribù beduini del Sinai, la riduzione della tratta di migranti e rifugiati, nonché della compravendita di organi umani. Insieme al Gruppo EveryOne - di cui la New Generation Foundation for Human Rights è partner - Hamdy ha cooperato con la CNN nella realizzazione del documentario"Death in the Desert", andato in onda per la prima volta il 5 novembre 2011.
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Ucraina, febbraio 2012
Si muore
nello specchio
delle città,
sulle strade
di ghiaccio
dove la luce
non ha calore
e le soglie
sono chiuse
come tombe.
nello specchio
delle città,
sulle strade
di ghiaccio
dove la luce
non ha calore
e le soglie
sono chiuse
come tombe.
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Uganda. La piccola Saruwa finalmente può essere curata
Kampala (Uganda), 1 febbraio 2012. Tre settimane fa non stavo bene, quindi quel lunedì non sono andata come di consueto con Maria (Maria Bravo Krysta, direttrice di SMOCSA, associazione che si occupa di assistere le ragazze madri e le donne vittime di violenza domestica, ndr) e le altre operatrici umanitarie di SMOCSA a far visita alle ragazze madri.
Quando sono tornate, Maria mi ha mostrato la foto di una bambina con un tutore e mi ha raccontato la sua storia. La madre, 19 anni, è stata abbandonata dal compagno, quando si è accorto che la piccola, di nome Saruwa, aveva delle disabilità. Sì è rivolta a dei medici che non le hanno mai diagnosticato cosa avesse la bambina che non cammina, non sta seduta, non parla. Un medico pare le abbia semplicemente detto che Saruwa non ha voglia di stare seduta e le ha dato un tutore di sostegno.
Dopo aver ascoltato il racconto di Maria, non potevo credere che un medico facesse una diagnosi tanto approssimativa ed erronea, quindi mi sono immediatamente attivata. Ho scritto una lettera a Roberto Malini, co-presidente del gruppo EveryOne, che si occupa di diritti umani (e non solo), spiegandogli la situazione e chiedendogli se mi poteva aiutare a trovare un medico in Uganda. Roberto come sempre sì è attivato immediatamente, ma non è stato facile. L'Uganda non è così vicina e tutti abbiamo scritto a varie associazioni, ong, Twitter, Fb, blog. Insomma abbiamo urlato a più non posso. Maria nel frattempo aveva trovato un ospedale dove far visitare la bambina, è un ospedale specializzato in disabilità infantili, attrezzato e, da quanto risulta dal sito web, di ottimo livello. L'istituto, però, si trova a Entebbe e noi non abbiamo i soldi per andare fino lì. Riscrivo a Roberto, che mi risponde: "Bene, ti mando io i soldi per il viaggio, voi andate e fatemi sapere quanto costa la visita". Che dire di quest'uomo, a volte mi mancano le parole, perché le emozioni e la forza che mi trasmette sono immense e mi fa sentire forte e capace di qualsiasi azione!
Un amico comune, Tekeste, ha visto una trasmissione su Rai3 in cui si parlava di una coppia di medici italiani che vivevano in Uganda, a Kampala. Mi ha dato i loro nominativi e e alcuni riferimenti utili a contattarli. Ho scritto anche alla ong locale consigliatami da Tekeste e mi ha risposto il fratello della Dott.ssa Dal Lago, una dei due medici italiani, fornendomi i loro numeri telefonici.
Non potevo crederci! I miracoli... la gente... le persone normali, sono quelle che si attivano immediatamente. Se aspetti le grandi ong, puoi finire i tuoi giorni ad attendere invano una risposta.
Abbiamo fatto visitare la bambina ed è emerso dai documenti che avevamo che la piccola, quando è nata, è stata per qualche minuto senza respirare, quindi del liquido amniotico è penetrato, creando danni, a livello celebrale.
La dottoressa Annamaria Dal Lago, gentilissima e più che disponibile, l'ha fatta visitare da una specialista, la quale ha accertato che Saruwa ha perso l'udito all'orecchio destro e con molta probabilità non parlerà ma emetterà solo suoni. Però i suo muscoli sono ricettivi, quindi basta un ricovero di due settimane, dove le faranno fare fisioterapia e insegneranno alla madre gli esercizi da fare a casa. Quasi sicuramente imparerà a camminare, ma nulla è certo, poiché la disabilità è stata scoperta in ritardo. Se le avessero diagnosticato subito il problema, avrebbe risolto completamente la patologia
Il tutore che i medici le hanno dato non serve a niente e la dottoressa si è anche arrabbiata con coloro che non si curano dei bambini, pur avendo i titoli per farlo.
Ora dobbiamo prima farle fare un elettroencefalogramma per escludere l'epilessia, che è possibile in casi come questi.
La dottoressa Dal Lago è davvero una persona in gamba e ci siamo messe d'accordo per rivederci e per iniziare una eventuale collaborazione tra SMOCSA e l'associazione a cui lei ha dato vita, che è gratuita e che si occupa di bambini con gravi patologie. Lei è specializzata in epilessia e il marito è pediatra e chirurgo ortopedico che restituisce le gambe ai bambini e si prende cura di loro.
La Dott. Dal Lago, lavora in tre ospedali, mentre il marito lavora a tempo pieno al CORSU, l'ospedale dove siamo andate con la piccola, a Entebbe.
Per il momento va tutto bene, io e Maria siamo molto contente sia per Saruwa, sia perché la possibilità di avere un medico che ci segue è importante. In questo ospedale confluiscono bambini da tutti i paesi dell'Africa, dalla Somalia al Kenya, sopratutto perché molte visite sono gratuite. In genere fanno pagare una cifra assai contenuta la degenza, ma se una famiglia non ha le possibilità, prendono in cura i bambini gratuitamente.
Nelle foto, la piccola Saruwa con la mamma e quindi, finalmente, in cura presso l'ospedale di Entebbe (Uganda)
Quando sono tornate, Maria mi ha mostrato la foto di una bambina con un tutore e mi ha raccontato la sua storia. La madre, 19 anni, è stata abbandonata dal compagno, quando si è accorto che la piccola, di nome Saruwa, aveva delle disabilità. Sì è rivolta a dei medici che non le hanno mai diagnosticato cosa avesse la bambina che non cammina, non sta seduta, non parla. Un medico pare le abbia semplicemente detto che Saruwa non ha voglia di stare seduta e le ha dato un tutore di sostegno.
Dopo aver ascoltato il racconto di Maria, non potevo credere che un medico facesse una diagnosi tanto approssimativa ed erronea, quindi mi sono immediatamente attivata. Ho scritto una lettera a Roberto Malini, co-presidente del gruppo EveryOne, che si occupa di diritti umani (e non solo), spiegandogli la situazione e chiedendogli se mi poteva aiutare a trovare un medico in Uganda. Roberto come sempre sì è attivato immediatamente, ma non è stato facile. L'Uganda non è così vicina e tutti abbiamo scritto a varie associazioni, ong, Twitter, Fb, blog. Insomma abbiamo urlato a più non posso. Maria nel frattempo aveva trovato un ospedale dove far visitare la bambina, è un ospedale specializzato in disabilità infantili, attrezzato e, da quanto risulta dal sito web, di ottimo livello. L'istituto, però, si trova a Entebbe e noi non abbiamo i soldi per andare fino lì. Riscrivo a Roberto, che mi risponde: "Bene, ti mando io i soldi per il viaggio, voi andate e fatemi sapere quanto costa la visita". Che dire di quest'uomo, a volte mi mancano le parole, perché le emozioni e la forza che mi trasmette sono immense e mi fa sentire forte e capace di qualsiasi azione!
Un amico comune, Tekeste, ha visto una trasmissione su Rai3 in cui si parlava di una coppia di medici italiani che vivevano in Uganda, a Kampala. Mi ha dato i loro nominativi e e alcuni riferimenti utili a contattarli. Ho scritto anche alla ong locale consigliatami da Tekeste e mi ha risposto il fratello della Dott.ssa Dal Lago, una dei due medici italiani, fornendomi i loro numeri telefonici.
Non potevo crederci! I miracoli... la gente... le persone normali, sono quelle che si attivano immediatamente. Se aspetti le grandi ong, puoi finire i tuoi giorni ad attendere invano una risposta.
Abbiamo fatto visitare la bambina ed è emerso dai documenti che avevamo che la piccola, quando è nata, è stata per qualche minuto senza respirare, quindi del liquido amniotico è penetrato, creando danni, a livello celebrale.
La dottoressa Annamaria Dal Lago, gentilissima e più che disponibile, l'ha fatta visitare da una specialista, la quale ha accertato che Saruwa ha perso l'udito all'orecchio destro e con molta probabilità non parlerà ma emetterà solo suoni. Però i suo muscoli sono ricettivi, quindi basta un ricovero di due settimane, dove le faranno fare fisioterapia e insegneranno alla madre gli esercizi da fare a casa. Quasi sicuramente imparerà a camminare, ma nulla è certo, poiché la disabilità è stata scoperta in ritardo. Se le avessero diagnosticato subito il problema, avrebbe risolto completamente la patologia
Il tutore che i medici le hanno dato non serve a niente e la dottoressa si è anche arrabbiata con coloro che non si curano dei bambini, pur avendo i titoli per farlo.
Ora dobbiamo prima farle fare un elettroencefalogramma per escludere l'epilessia, che è possibile in casi come questi.
La dottoressa Dal Lago è davvero una persona in gamba e ci siamo messe d'accordo per rivederci e per iniziare una eventuale collaborazione tra SMOCSA e l'associazione a cui lei ha dato vita, che è gratuita e che si occupa di bambini con gravi patologie. Lei è specializzata in epilessia e il marito è pediatra e chirurgo ortopedico che restituisce le gambe ai bambini e si prende cura di loro.
La Dott. Dal Lago, lavora in tre ospedali, mentre il marito lavora a tempo pieno al CORSU, l'ospedale dove siamo andate con la piccola, a Entebbe.
Per il momento va tutto bene, io e Maria siamo molto contente sia per Saruwa, sia perché la possibilità di avere un medico che ci segue è importante. In questo ospedale confluiscono bambini da tutti i paesi dell'Africa, dalla Somalia al Kenya, sopratutto perché molte visite sono gratuite. In genere fanno pagare una cifra assai contenuta la degenza, ma se una famiglia non ha le possibilità, prendono in cura i bambini gratuitamente.
Nelle foto, la piccola Saruwa con la mamma e quindi, finalmente, in cura presso l'ospedale di Entebbe (Uganda)
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Il silenzio dei violini. Poesie sui Rom e Sinti in Italia
Prefazione di Ian Hancock
Per lungo tempo, romanzieri e poeti hanno posseduto la nostra identità, al punto che esiste ormai un distinto - a volte romantico, a volte demonizzato - carattere Zingaro (o più spesso "zingaro") che ostacola la comprensione di chi siamo veramente.
E' una crudele ironia che, come dimostrano i film di Leni Riefenstahl e i libri di Arno Wegrich, la tradizione Zigeunerromantik tedesca o l'assillo derivante da quell’immagine dello "zingaro" così manipolata siano persistiti nel corso degli anni di più amara persecuzione, per mano delle stesse persone su cui Paul Polansky e Roberto Malini scrivono in questo libro, nella loro poesia.
Lacune nella nostra conoscenza del Baro Porrajmos, l'olocausto Rom, vengono progressivamente riempite mano mano che riceve maggiore attenzione accademica, ma la compassione per le vittime resta indietro, oscurata dalla copertura mediatica contemporanea, generalmente negativa, che educa la maggior parte del pubblico.
L'Olocausto fu l'implementazione della Soluzione Finale di Hitler, il programma genocida di pulizia etnica inteso a realizzare il suo intento di purificare la nazione tedesca dai fattori genetici contaminanti, in un tentativo di creare una "pura razza ariana". Solo due comunità razziali, definite dalle loro caratteristiche di nascita sono state segnate da tale destino: i Rom e gli Ebrei. L'inventore stesso del termine "genocidio", Raphael Lemkin, lo riferì allo sterminio degli Zingari ancora prima della fine della Seconda guerra mondiale, sebbene vi siano stati riferimenti in note interne alla Soluzione Finale della "questione zingara" (la endgültige Lösung der Zigeunerfrage) anteriormente a quella data, nella prima dichiarazione ufficiale emessa dal partito nazista nel mese di marzo del 1938 a firma di Himmler, quando il gerarca dispose anche che l'Ufficio per gli affari dei Rom fosse trasferito da Monaco a Berlino.
Mentre la nostra comprensione dei dettagli del Porrajmos è in crescita progressiva, restano molte lacune ancora da colmare, per esempio in relazione al numero dei Rom in Europa prima che Hitler salisse al potere o al numero dei superstiti nel 1945. Le uccisioni di Rom non sono state regolarmente documentate, soprattutto riguardo agli omicidi di massa nei boschi e nelle campagne. I Rom assassinatierano registrati indistintamente, a volte, insieme alle vittime ebree e dobbiamo ancora esaminare tutti i documenti nazisti in cui è dettagliato lo sterminio del nostro popolo.
Il precedente storico responsabile dell'United States Holocaust Memorial Council ha stimato che ben un milione e mezzo di Rom morirono durante l'Olocausto. La stessa cifra è stata riportata nel 2001 dall'International Organization for Migration. Forse non lo sapremo mai. L'elemento più rilevante per il peggioramento della situazione dei Rom in Europa oggi è probabilmente il fatto che, dopo la sconfitta dei nazisti, non sono stati pagati risarcimenti per i crimini di guerra ai sopravvissuti Rom.
Invece, le leggi anti-Rom antecedenti al nazismo sono state reintrodotte in alcuni luoghi, costringendo i gruppi etnici colpiti da tali disposizioni a rimanere nascosti dalle autorità. I dovuti risarcimenti avrebbero aiutato i sopravvissuti a orientarsi di nuovo, ma il devastante danno sociale e psicologico causato dalla distruzione del loro popolo non è mai stato affrontato, ed è un'eredità che ricade ancora oggi sui Rom. Paul Polansky e Roberto Malini sono ben conosciuti per il loro attivismo a tutela del nostro popolo Rom. In questo commovente volume i nostri cuori e le nostre menti sono toccati dal loro eccezionale talento poetico ed è giusto che abbiano utilizzato l’arte letteraria per il loro obiettivo, perché è attraverso l'arte, specialmente la musica, che i Rom hanno dato il loro contributo più duraturo al mondo.
***
Ma lui vedeva ancora, come spettri,
le donne che morivano nel Campo degli Zingari
e i bambini straziati dal freddo, dalla fame e dal noma,
accecati dal metilene blu,
soffocati dal gas, consumati dal fuoco
come i nudi virgulti del pioppo nero
nelle stufe, d’inverno, in Romania.
Roberto Malini
***
Ho sentito chiamare
Parassiti, ladri,
Mafiosi, maleducati,
Senza cultura
Gli italiani,
Quando emigravano
Dall’Italia a New York
Cent’anni fa.
Perché gli italiani non vedono
Che i Rom dei Balcani di oggi
Sono scesi dalle stesse barche?
Paul Polansky
Mentre la nostra comprensione dei dettagli del Porrajmos è in crescita progressiva, restano molte lacune ancora da colmare, per esempio in relazione al numero dei Rom in Europa prima che Hitler salisse al potere o al numero dei superstiti nel 1945. Le uccisioni di Rom non sono state regolarmente documentate, soprattutto riguardo agli omicidi di massa nei boschi e nelle campagne. I Rom assassinatierano registrati indistintamente, a volte, insieme alle vittime ebree e dobbiamo ancora esaminare tutti i documenti nazisti in cui è dettagliato lo sterminio del nostro popolo.
Il precedente storico responsabile dell'United States Holocaust Memorial Council ha stimato che ben un milione e mezzo di Rom morirono durante l'Olocausto. La stessa cifra è stata riportata nel 2001 dall'International Organization for Migration. Forse non lo sapremo mai. L'elemento più rilevante per il peggioramento della situazione dei Rom in Europa oggi è probabilmente il fatto che, dopo la sconfitta dei nazisti, non sono stati pagati risarcimenti per i crimini di guerra ai sopravvissuti Rom.
Invece, le leggi anti-Rom antecedenti al nazismo sono state reintrodotte in alcuni luoghi, costringendo i gruppi etnici colpiti da tali disposizioni a rimanere nascosti dalle autorità. I dovuti risarcimenti avrebbero aiutato i sopravvissuti a orientarsi di nuovo, ma il devastante danno sociale e psicologico causato dalla distruzione del loro popolo non è mai stato affrontato, ed è un'eredità che ricade ancora oggi sui Rom. Paul Polansky e Roberto Malini sono ben conosciuti per il loro attivismo a tutela del nostro popolo Rom. In questo commovente volume i nostri cuori e le nostre menti sono toccati dal loro eccezionale talento poetico ed è giusto che abbiano utilizzato l’arte letteraria per il loro obiettivo, perché è attraverso l'arte, specialmente la musica, che i Rom hanno dato il loro contributo più duraturo al mondo.
***
Ma lui vedeva ancora, come spettri,
le donne che morivano nel Campo degli Zingari
e i bambini straziati dal freddo, dalla fame e dal noma,
accecati dal metilene blu,
soffocati dal gas, consumati dal fuoco
come i nudi virgulti del pioppo nero
nelle stufe, d’inverno, in Romania.
Roberto Malini
***
Ho sentito chiamare
Parassiti, ladri,
Mafiosi, maleducati,
Senza cultura
Gli italiani,
Quando emigravano
Dall’Italia a New York
Cent’anni fa.
Perché gli italiani non vedono
Che i Rom dei Balcani di oggi
Sono scesi dalle stesse barche?
Paul Polansky
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Mediterraneo: il tratto di mare più letale per migranti e rifugiati nel 2011
Roma, 31 gennaio 2012. Oltre 1.500 persone annegate o disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa nel solo 2011.
Queste le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che rendono l’anno appena trascorso quello col maggior numero di vittime nella regione, da quando - nel 2006 - l’Agenzia ha cominciato ad elaborare queste statistiche. Il precedente primato risaliva al 2007, quando le vittime e i dispersi furono 630. Lo scorso anno ha segnato un record anche per ciò che riguarda il numero di arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo: oltre 58.000. Una cifra che ha superato il precedente picco del 2008, quando 54.000 persone raggiunsero la Grecia, l’Italia e Malta. Negli anni 2009 e 2010, le misure di controllo alle frontiere avevano improvvisamente ridotto il numero di persone in arrivo in Europa, mentre all’inizio del 2011 l’arrivo di imbarcazioni si è nuovamente intensificato a seguito del collasso dei regimi in Tunisia e Libia.
Il numero reale di persone che hanno perso la vita in mare potrebbe essere anche maggiore, mettono in guardia i team di operatori UNHCR in Grecia, Italia, Libia e Malta. Le stime dell’Agenzia si basano su interviste con coloro che sono riusciti a raggiungere l’Europa via mare, su telefonate ed email di parenti, oltre che su resoconti dalla Libia e dalla Tunisia di persone che si trovavano su imbarcazioni affondate o in avaria già nelle prime fasi del viaggio.
Sarebbero stati costretti a imbarcarsi da guardie armate, in particolare in aprile e maggio dalla Libia, tra le strazianti storie raccontate dai sopravvissuti allo staff UNHCR. Il viaggio avveniva su natanti malmessi, che spesso gli stessi passeggeri rifugiati e migranti erano costretti a condurre. Inoltre - emerge ancora dai resoconti dei sopravvissuti - altri passeggeri li avrebbero picchiati e torturati. In Italia sono in corso indagini giudiziarie sulla base di queste affermazioni.
Tra le persone arrivate lo scorso anno, la maggioranza è sbarcata in Italia (56.000, delle quali 28.000 provenienti dalla Tunisia). A Malta e in Grecia sono giunte rispettivamente 1.574 e 1.030 persone. La grande maggioranza del totale è arrivata nella prima metà dell’anno. I migranti - e non i richiedenti asilo - hanno costituito la quota maggiore. Da metà agosto fino alla fine dell’anno sono arrivate solo 3 imbarcazioni. Inoltre - secondo cifre fornite dal governo greco - circa 55.000 migranti irregolari hanno attraversato la frontiera tra Grecia e Turchia a Evros.
L’UNHCR si dice turbato per il fatto che dall’inizio del 2012 - nonostante le cattive condizioni meteo-marine - 3 imbarcazioni abbiano tentato la pericolosa traversata dalla Libia, una delle quali risulta dispersa. La barca - con a bordo almeno 55 persone - ha dato l’allarme il 14 gennaio, segnalando un guasto al motore. La guardia costiera libica ha poi informato l’UNHCR che la scorsa settimana 15 cadaveri - 12 donne, 2 uomini e una bambina, tutti identificati come somali - sono stati trovati sulla spiaggia. Domenica scorsa sono stati recuperati altri 3 corpi. È stato poi confermato che tutte le persone decedute erano residenti somali del malridotto insediamento detto Railway Project, a Tripoli.
Le altre 2 imbarcazioni sono riuscite a raggiungere le coste italiane e maltesi nel mese di gennaio dopo essere state soccorse. Nella prima operazione, il 13 gennaio la guardia costiera italiana ha soccorso 72 cittadini somali, tra i quali una donna incinta e 29 bambini. La seconda barca è stata invece soccorsa dall’esercito maltese il 15 gennaio, con la collaborazione della marina militare USA e di una nave commerciale. A bordo del gommone - trovato alla deriva a circa 56 miglia nautiche da Malta - vi erano 68 persone. Una bambina è nata su una delle imbarcazioni e una donna ha riferito di un’interruzione di gravidanza avvenuta durante il viaggio.
L’UNHCR accoglie con favore il perdurante impegno delle autorità italiane, maltesi e libiche nel soccorrere le imbarcazioni in di stress nel Mediterraneo. L’Agenzia rinnova la propria esortazione a tutti i comandanti del Mediterraneo - uno dei tratti di mare più trafficati al mondo - di restare vigili e di svolgere il proprio dovere di soccorrere imbarcazioni in difficoltà.
Queste le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che rendono l’anno appena trascorso quello col maggior numero di vittime nella regione, da quando - nel 2006 - l’Agenzia ha cominciato ad elaborare queste statistiche. Il precedente primato risaliva al 2007, quando le vittime e i dispersi furono 630. Lo scorso anno ha segnato un record anche per ciò che riguarda il numero di arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo: oltre 58.000. Una cifra che ha superato il precedente picco del 2008, quando 54.000 persone raggiunsero la Grecia, l’Italia e Malta. Negli anni 2009 e 2010, le misure di controllo alle frontiere avevano improvvisamente ridotto il numero di persone in arrivo in Europa, mentre all’inizio del 2011 l’arrivo di imbarcazioni si è nuovamente intensificato a seguito del collasso dei regimi in Tunisia e Libia.
Il numero reale di persone che hanno perso la vita in mare potrebbe essere anche maggiore, mettono in guardia i team di operatori UNHCR in Grecia, Italia, Libia e Malta. Le stime dell’Agenzia si basano su interviste con coloro che sono riusciti a raggiungere l’Europa via mare, su telefonate ed email di parenti, oltre che su resoconti dalla Libia e dalla Tunisia di persone che si trovavano su imbarcazioni affondate o in avaria già nelle prime fasi del viaggio.
Sarebbero stati costretti a imbarcarsi da guardie armate, in particolare in aprile e maggio dalla Libia, tra le strazianti storie raccontate dai sopravvissuti allo staff UNHCR. Il viaggio avveniva su natanti malmessi, che spesso gli stessi passeggeri rifugiati e migranti erano costretti a condurre. Inoltre - emerge ancora dai resoconti dei sopravvissuti - altri passeggeri li avrebbero picchiati e torturati. In Italia sono in corso indagini giudiziarie sulla base di queste affermazioni.
Tra le persone arrivate lo scorso anno, la maggioranza è sbarcata in Italia (56.000, delle quali 28.000 provenienti dalla Tunisia). A Malta e in Grecia sono giunte rispettivamente 1.574 e 1.030 persone. La grande maggioranza del totale è arrivata nella prima metà dell’anno. I migranti - e non i richiedenti asilo - hanno costituito la quota maggiore. Da metà agosto fino alla fine dell’anno sono arrivate solo 3 imbarcazioni. Inoltre - secondo cifre fornite dal governo greco - circa 55.000 migranti irregolari hanno attraversato la frontiera tra Grecia e Turchia a Evros.
L’UNHCR si dice turbato per il fatto che dall’inizio del 2012 - nonostante le cattive condizioni meteo-marine - 3 imbarcazioni abbiano tentato la pericolosa traversata dalla Libia, una delle quali risulta dispersa. La barca - con a bordo almeno 55 persone - ha dato l’allarme il 14 gennaio, segnalando un guasto al motore. La guardia costiera libica ha poi informato l’UNHCR che la scorsa settimana 15 cadaveri - 12 donne, 2 uomini e una bambina, tutti identificati come somali - sono stati trovati sulla spiaggia. Domenica scorsa sono stati recuperati altri 3 corpi. È stato poi confermato che tutte le persone decedute erano residenti somali del malridotto insediamento detto Railway Project, a Tripoli.
Le altre 2 imbarcazioni sono riuscite a raggiungere le coste italiane e maltesi nel mese di gennaio dopo essere state soccorse. Nella prima operazione, il 13 gennaio la guardia costiera italiana ha soccorso 72 cittadini somali, tra i quali una donna incinta e 29 bambini. La seconda barca è stata invece soccorsa dall’esercito maltese il 15 gennaio, con la collaborazione della marina militare USA e di una nave commerciale. A bordo del gommone - trovato alla deriva a circa 56 miglia nautiche da Malta - vi erano 68 persone. Una bambina è nata su una delle imbarcazioni e una donna ha riferito di un’interruzione di gravidanza avvenuta durante il viaggio.
L’UNHCR accoglie con favore il perdurante impegno delle autorità italiane, maltesi e libiche nel soccorrere le imbarcazioni in di stress nel Mediterraneo. L’Agenzia rinnova la propria esortazione a tutti i comandanti del Mediterraneo - uno dei tratti di mare più trafficati al mondo - di restare vigili e di svolgere il proprio dovere di soccorrere imbarcazioni in difficoltà.
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Africa, Ban Ki Moon chiede di rispettare i diritti dei gay
Il segretario generale dell'Onu, a pochi giorni dall'uccisione in Uganda di un attivista omosessuale, lancia un monito ai Paesi del continente contro le discriminazioni su base sessuale. In Italia le associazioni chiedono un impegno del nostro governo. Campagna EveryOne per evitare la deportazione dagli Usa del gay nigeriano Becley Aigbusa.
Roma, 29 gennaio 2012. A pochi giorni dal primo anniversario della morte di David Kato, l'attivista gay barbaramente ucciso in Uganda, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, lancia un monito ai Paesi africani, in difesa dei diritti delle persone omosessuali. Lo fa parlando ad Addis Abeba, durante il 18° summit dell'Unione africana, di fronte ai capi di stato e di governo di Paesi in cui i gay non solo non vengono tutelati, ma possono anche essere uccisi. Nella stragrande maggioranza degli Stati, l'omosessualità è un reato, e le persone Glbt rischiano il carcere. Le violenze (oltre alle discriminazioni) sono spesso incoraggiate dalla stampa locale ma anche dai leader politici. Le eccezioni sono poche: una di queste è rappresentata dal Sud Africa (quando, qualche giorno fa, il re degli Zulu ha insultato i gay, è stato ripreso dal presidente sudafricano, che ne ha preso le distanze). La discriminazione sulla base dell'identità sessuale "è stata ignorata o perfino approvata da numerosi Stati per troppo tempo", ha sottolineato oggi il numero uno dell'Onu. "Questo ha spinto i governi a trattare le persone come cittadini di seconda classe, o perfino come criminali. Combattere queste discriminazioni è una sfida, ma non dobbiamo abbandonare le idee della Dichiarazione universale dei diritti umani". Per Ban Ki Moon, "il futuro dell'Africa dipende anche dall'investimento nei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali". Oltre alle Nazioni Unite, anche gli Stati Uniti (nella persona del segretario di Stato, Hillary Clinton), Francia e Regno Unito, hanno più volte esercitato pressione sugli Stati africani che discriminano le persone gay, minacciandoli anche di far interrompere il flusso di aiuti occidentali, nell'ipotesi in cui l'omosessualità non dovesse essere depenalizzata.
E' ancora vivo il ricordo della morte dell'attivista David Kato, ammazzato il 26 gennaio dello scorso anno all'età di 47 anni, presso la sua abitazione, dopo una campagna di odio che, in Uganda, continua ad essere alimentata ai predicatori evangelici nelle piazze delle periferie causando una versa e propria caccia agli omosessuali. Ancora oggi è in piedi una proposta di legge che chiede la pena di morte per i gay. Nell'ottobre del 2010, la rivista scandalistica Rolling Stone pubblicò le foto di 100 attivisti gay, con la richiesta di arresto e impiccagione. Tra questi c'era pure Kato, che venne poi assassinato nella sua abitazione a colpi di spranga. Messaggi di cordoglio per la sua morte arrivarono dall'Unione Europea, dal Dipartimento di Stato Usa, e varie associazioni tornarono a sollecitare la comunità internazionale ad esercitare pressioni sugli Stati africani.
Una nuova campagna è partita in questi giorni, ad opera del gruppo Everyone, per impedire che un giovane africano sia deportato da San Diego alla Nigeria. Becley Aigbuza, 28 anni, era fuggito in America dopo essere stato torturato e stuprato nel suo paese d'origine. Lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, ma ora è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome. "Nel 2008 - raccontano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che seguono il caso - in un viaggio in Nigeria per fare visita alla zia paterna, scoperta la sua relazione con un ragazzo del posto, è stato da questa denunciato alle autorità di Benin City e prelevato da casa dalla polizia. Portato in una caserma, Becley è stato dapprima picchiato a sangue da alcuni detenuti, dopo che questi erano stati informati dai poliziotti della sua omosessualità, e successivamente torturato con dell'acido da tre agenti, che lo hanno sodomizzato a turno, per ore, usando una bottiglia di birra. Il giovane gay si è risvegliato in ospedale, con gravi ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, una mano rotta e un testicolo mutilato". Becley è riuscito a fuggire dall'ospedale e, grazie all'aiuto di un parroco che gli ha procurato un nuovo passaporto, a imbarcarsi di nuovo in un volo per San Diego, dove dall'età di undici anni viveva con il padre. "Mio padre e tutti i miei familiari in Nigeria - ha raccontato Becley agli attivisti del Gruppo EveryOne - hanno giurato di uccidermi, 'per pulire l'abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay'". In queste ore, riferisce l'associazione, stanno arrivando da tutto il mondo centinaia di richieste di sospensione della deportazione: saranno tutte girate al presidente Obama.
Un messaggio importante, quello di Ban Ki Moon, come rileva Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, che dovrebbe essere "recepito" anche dall'Italia: "Ricordiamo che anche nel nostro Paese i gay sono discriminati. Certo, a differenza dell'Africa, da noi non ci sono leggi che condannano l'omosessualità, ma il nostro Paese non attua nessuna politica attiva contro le discriminazioni. E per questo, pur essendo tra i Paesi fondatori dell'Unione Europea, siamo visti come fanalino di coda per i diritti civili. Basti pensare che l'amministrazione Obama è da tempo in prima fila per difendere i diritti dei gay, che sono stati recentemente definiti diritti umani. Dal punto di vista diplomatico è stato molto importante". L'Italia, per Mancuso, "dovrebbe esercitare il suo ruolo nelle Nazioni Unite e in Europa, perché si tutelino le persone omosessuali in tutto il mondo. Qualcosa è stato fatto: grazie al governo Prodi, è stato, infatti, introdotto l'asilo per ragioni umanitarie per le persone omosessuali. Io personalmente ho seguito molti ragazzi africani, fuggiti in Italia, che hanno richiesto e ottenuto questo status". Un plauso a Ban Ki Moon arriva da Paolo Patané, presidente nazionale di Arcigay: "Parole, quelle del segretario, coerenti con un rinnovato impegno, a livello internazionale, nella lotta ai crimini d'odio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali, da parte di Onu, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia". "E l'Italia dov'è? - si chiede polemicamente Patané - a quale comunità internazionale partecipa? A quella che vuole cambiare e migliorare il mondo o a quella che vuole continuare ad assistere silenziosamente ai massacri di persone lgbt in Africa, e non solo, per non imbarazzarsi del nulla normativo nazionale?". L'Arcigay lancia anche un appello al presidente del consiglio, Monti: "Vorremmo che su questo il governo riflettesse. In Africa le persone omosessuali e transessuali muoiono per assenza di diritti, ma in Italia certamente non vivono da cittadini. Esiste per noi in questo Paese un diritto all'esistenza con vere pari possibilità? Arcigay chiede che l'Italia torni grande in Europa, anche con i diritti, impegnandosi ad una svolta positiva per l'approvazione della Direttiva orizzontale in materia di parità".
Nella foto, Becley Aigbusa
Roma, 29 gennaio 2012. A pochi giorni dal primo anniversario della morte di David Kato, l'attivista gay barbaramente ucciso in Uganda, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, lancia un monito ai Paesi africani, in difesa dei diritti delle persone omosessuali. Lo fa parlando ad Addis Abeba, durante il 18° summit dell'Unione africana, di fronte ai capi di stato e di governo di Paesi in cui i gay non solo non vengono tutelati, ma possono anche essere uccisi. Nella stragrande maggioranza degli Stati, l'omosessualità è un reato, e le persone Glbt rischiano il carcere. Le violenze (oltre alle discriminazioni) sono spesso incoraggiate dalla stampa locale ma anche dai leader politici. Le eccezioni sono poche: una di queste è rappresentata dal Sud Africa (quando, qualche giorno fa, il re degli Zulu ha insultato i gay, è stato ripreso dal presidente sudafricano, che ne ha preso le distanze). La discriminazione sulla base dell'identità sessuale "è stata ignorata o perfino approvata da numerosi Stati per troppo tempo", ha sottolineato oggi il numero uno dell'Onu. "Questo ha spinto i governi a trattare le persone come cittadini di seconda classe, o perfino come criminali. Combattere queste discriminazioni è una sfida, ma non dobbiamo abbandonare le idee della Dichiarazione universale dei diritti umani". Per Ban Ki Moon, "il futuro dell'Africa dipende anche dall'investimento nei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali". Oltre alle Nazioni Unite, anche gli Stati Uniti (nella persona del segretario di Stato, Hillary Clinton), Francia e Regno Unito, hanno più volte esercitato pressione sugli Stati africani che discriminano le persone gay, minacciandoli anche di far interrompere il flusso di aiuti occidentali, nell'ipotesi in cui l'omosessualità non dovesse essere depenalizzata.
E' ancora vivo il ricordo della morte dell'attivista David Kato, ammazzato il 26 gennaio dello scorso anno all'età di 47 anni, presso la sua abitazione, dopo una campagna di odio che, in Uganda, continua ad essere alimentata ai predicatori evangelici nelle piazze delle periferie causando una versa e propria caccia agli omosessuali. Ancora oggi è in piedi una proposta di legge che chiede la pena di morte per i gay. Nell'ottobre del 2010, la rivista scandalistica Rolling Stone pubblicò le foto di 100 attivisti gay, con la richiesta di arresto e impiccagione. Tra questi c'era pure Kato, che venne poi assassinato nella sua abitazione a colpi di spranga. Messaggi di cordoglio per la sua morte arrivarono dall'Unione Europea, dal Dipartimento di Stato Usa, e varie associazioni tornarono a sollecitare la comunità internazionale ad esercitare pressioni sugli Stati africani.
Una nuova campagna è partita in questi giorni, ad opera del gruppo Everyone, per impedire che un giovane africano sia deportato da San Diego alla Nigeria. Becley Aigbuza, 28 anni, era fuggito in America dopo essere stato torturato e stuprato nel suo paese d'origine. Lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, ma ora è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome. "Nel 2008 - raccontano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che seguono il caso - in un viaggio in Nigeria per fare visita alla zia paterna, scoperta la sua relazione con un ragazzo del posto, è stato da questa denunciato alle autorità di Benin City e prelevato da casa dalla polizia. Portato in una caserma, Becley è stato dapprima picchiato a sangue da alcuni detenuti, dopo che questi erano stati informati dai poliziotti della sua omosessualità, e successivamente torturato con dell'acido da tre agenti, che lo hanno sodomizzato a turno, per ore, usando una bottiglia di birra. Il giovane gay si è risvegliato in ospedale, con gravi ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, una mano rotta e un testicolo mutilato". Becley è riuscito a fuggire dall'ospedale e, grazie all'aiuto di un parroco che gli ha procurato un nuovo passaporto, a imbarcarsi di nuovo in un volo per San Diego, dove dall'età di undici anni viveva con il padre. "Mio padre e tutti i miei familiari in Nigeria - ha raccontato Becley agli attivisti del Gruppo EveryOne - hanno giurato di uccidermi, 'per pulire l'abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay'". In queste ore, riferisce l'associazione, stanno arrivando da tutto il mondo centinaia di richieste di sospensione della deportazione: saranno tutte girate al presidente Obama.
Un messaggio importante, quello di Ban Ki Moon, come rileva Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, che dovrebbe essere "recepito" anche dall'Italia: "Ricordiamo che anche nel nostro Paese i gay sono discriminati. Certo, a differenza dell'Africa, da noi non ci sono leggi che condannano l'omosessualità, ma il nostro Paese non attua nessuna politica attiva contro le discriminazioni. E per questo, pur essendo tra i Paesi fondatori dell'Unione Europea, siamo visti come fanalino di coda per i diritti civili. Basti pensare che l'amministrazione Obama è da tempo in prima fila per difendere i diritti dei gay, che sono stati recentemente definiti diritti umani. Dal punto di vista diplomatico è stato molto importante". L'Italia, per Mancuso, "dovrebbe esercitare il suo ruolo nelle Nazioni Unite e in Europa, perché si tutelino le persone omosessuali in tutto il mondo. Qualcosa è stato fatto: grazie al governo Prodi, è stato, infatti, introdotto l'asilo per ragioni umanitarie per le persone omosessuali. Io personalmente ho seguito molti ragazzi africani, fuggiti in Italia, che hanno richiesto e ottenuto questo status". Un plauso a Ban Ki Moon arriva da Paolo Patané, presidente nazionale di Arcigay: "Parole, quelle del segretario, coerenti con un rinnovato impegno, a livello internazionale, nella lotta ai crimini d'odio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali, da parte di Onu, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia". "E l'Italia dov'è? - si chiede polemicamente Patané - a quale comunità internazionale partecipa? A quella che vuole cambiare e migliorare il mondo o a quella che vuole continuare ad assistere silenziosamente ai massacri di persone lgbt in Africa, e non solo, per non imbarazzarsi del nulla normativo nazionale?". L'Arcigay lancia anche un appello al presidente del consiglio, Monti: "Vorremmo che su questo il governo riflettesse. In Africa le persone omosessuali e transessuali muoiono per assenza di diritti, ma in Italia certamente non vivono da cittadini. Esiste per noi in questo Paese un diritto all'esistenza con vere pari possibilità? Arcigay chiede che l'Italia torni grande in Europa, anche con i diritti, impegnandosi ad una svolta positiva per l'approvazione della Direttiva orizzontale in materia di parità".
Nella foto, Becley Aigbusa
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Rischio deportazione dall'Egitto per i profughi Eritrei
Roma, 29 gennaio 2012. il governo egiziano, in accordo con l'ambasciata eritrea, prevede il ritorno dei profughi eritrei in patria. Tale rimpatrio, in molti casi, non è volontario, ma coatto.
Per questa mattina è previsto il rientro di un contingente di profughi eritrei. Fra di loro ci sono persone che hanno dichiarato di rischiare la vita nel paese da cui sono fuggiti. Facciamo urgente appello affinché l'UNHCR intervenga per fermare il rimpatrio dei rifugiati eritrei che rischiano la vita al loro rientro in patria. l'Egitto non deve violare le convenzioni internazionali che tutelano il diritto dei rifugiati e dei richiedenti asilo.
Per questa mattina è previsto il rientro di un contingente di profughi eritrei. Fra di loro ci sono persone che hanno dichiarato di rischiare la vita nel paese da cui sono fuggiti. Facciamo urgente appello affinché l'UNHCR intervenga per fermare il rimpatrio dei rifugiati eritrei che rischiano la vita al loro rientro in patria. l'Egitto non deve violare le convenzioni internazionali che tutelano il diritto dei rifugiati e dei richiedenti asilo.
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Signor Presidente Barack Obama (caso Becley Aigbuza)
Signor Presidente Barack Obama, nell'aderire alla campagna per il giovane gay nigeriano Becley Aigbuza, promossa dal Gruppo EveryOne, chiedo che sia urgentemente sospeso per gravissime ragioni umanitarie il provvedimento per la sua deportazione in Nigeria.
Si tratta di un ventottenne, originario della Nigeria, cresciuto a San Diego (California) con il padre, il quale lo ha scacciato con terribili minacce non appena il giovane gli ha confessato di essere gay.
Tornato in Nigeria per visitare la nonna ha subito terribili torture e stupri ed è riuscito solo fortunosamente, con un passaporto con altro nome, a fuggire in condizioni fisiche disperate e a fare ritorno a San Diego, dove si è ritrovato tuttavia privo di ogni sostegno, sia da parte della famiglia, sia del console nigeriano, proprio in quanto gay. ll giovane lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, ma è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome.
Mi auguro vivamente che lei voglia attivarsi al più presto affinché a Becley Aigbuza venga garantita immediata protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Convenzione contro la tortura: la legge nigeriana prevede per omosessualità una pena carceraria fino a quattordici anni, come punizione per aver offeso la pubblica morale e nel nord del Paese, dove governa la Sharia islamica, è applicata addirittura la pena di morte per i gay.
Chiedo pertanto a Lei, dimostratosi in più occasioni vicino alle lotte e alle conquiste civili del popolo LGBT, di interessarsi immediatamente del caso, per annullare la deportazione del giovane gay e garantirgli asilo come rifugiato negli States.
Grazie per tutto ciò che potrà e vorrà fare! Alba Montori
Nella foto, Becley Aigbuza
Si tratta di un ventottenne, originario della Nigeria, cresciuto a San Diego (California) con il padre, il quale lo ha scacciato con terribili minacce non appena il giovane gli ha confessato di essere gay.
Tornato in Nigeria per visitare la nonna ha subito terribili torture e stupri ed è riuscito solo fortunosamente, con un passaporto con altro nome, a fuggire in condizioni fisiche disperate e a fare ritorno a San Diego, dove si è ritrovato tuttavia privo di ogni sostegno, sia da parte della famiglia, sia del console nigeriano, proprio in quanto gay. ll giovane lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, ma è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome.
Mi auguro vivamente che lei voglia attivarsi al più presto affinché a Becley Aigbuza venga garantita immediata protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Convenzione contro la tortura: la legge nigeriana prevede per omosessualità una pena carceraria fino a quattordici anni, come punizione per aver offeso la pubblica morale e nel nord del Paese, dove governa la Sharia islamica, è applicata addirittura la pena di morte per i gay.
Chiedo pertanto a Lei, dimostratosi in più occasioni vicino alle lotte e alle conquiste civili del popolo LGBT, di interessarsi immediatamente del caso, per annullare la deportazione del giovane gay e garantirgli asilo come rifugiato negli States.
Grazie per tutto ciò che potrà e vorrà fare! Alba Montori
Nella foto, Becley Aigbuza
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Appello a Barack Obama per gay nigeriano: Rischia deportazione
New York, 29 gennaio 2011 L’organizzazione per i diritti umani EveryOne ha lanciato un appello al presidente Usa Obama, al segretario di Stato Clinton e al governatore della California Brown per chiedere l’immediata sospensione del provvedimento di deportazione in Nigeria di Becley Aigbuza, 28enne rifugiato da anni a San Diego, e che in Nigeria ha subito terribili torture e stupri.
Il fatto, hanno spiegato alla Ong, «era accaduto nel 2008 in una caserma dove era stato portato per una sua relazione omosessuale». Era finito in ospedale, e da lì era riuscito a fuggire, tornando a San Diego.
Secondo la Ong, il giovane, che lo scorso anno aveva fatto domanda per la cittadinanza americana, è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome.
Nella foto, Becley Aigbuza
Nella foto, Becley Aigbuza
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Rom, genti libere: un libro di Santino Spinelli
Roma, 29 gennaio 2012. E' in libreria l'opera di Santino Spinelli “Rom, genti libere”. Da sempre oggetto di sospetti e vessazioni, di persecuzioni e genocidi (si pensi ai 500mila Rom e Sinti massacrati dai nazisti), il popolo Rom è una delle più antiche minoranze del Vecchio continente, tra le più dinamiche e radicate.
Eppure di loro non sappiamo nulla, a partire dal fatto che usiamo Rom come sinonimo di «zingari», mentre invece si tratta di uno dei cinque gruppi etnici (oltre a Sinti, Kale, Manouches e Romanichals) che costituiscono la popolazione romanì. Per la prima volta, uno studioso Rom italiano ci offre una storia complessiva di questo popolo, dalle migrazioni originarie alla situazione contemporanea, abbracciandone la cultura e i valori sociali, le espressioni artistiche, fino alle organizzazioni politiche. Questo libro ci restituisce l’identità «invisibile» dei Rom, l’evoluzione di tradizioni e valori millenari tramandati nella quotidianità: un’identità ignorata dagli stereotipi dei campi nomadi che trasformano gli errori di pochi in colpa collettiva; relegata nel ghetto della povertà ed esclusione sociale dalle stesse associazioni di pseudo-volontariato; annientata, infine, dall’attuale politica di assimilazione attraverso la discriminazione.
Appartengono alla popolazione Rom celebri attori come Michael Caine, Bob Hoskins, Yul Brynner, Rita Hayworth, il calciatore Michael Ballack, professori di prestigiose università, persino un Premio Nobel, un Principe, un Presidente della Repubblica e un Beato. Se ci stupiamo è la prova di quanto radicati siano i pregiudizi, di quanto utile sia questo libro, frutto di venticinque anni di ricerche e scoperte, il cui messaggio paradossale è che i Rom sono un popolo «normale» di «genti libere», una libertà per nulla romantica, ma che è la forza di chi ha preservato con tenacia la propria identità, resa misconosciuta da secoli di discriminazione e propaganda.
Santino Spinelli in arte «Alexian» è un Rom italiano, musicista, compositore, poeta, saggista. Ha due lauree, una in Lingue e Letterature Straniere Moderne e l’altra in Musicologia, entrambe conseguite all’Università di Bologna. È autore di numerosi articoli e opere letterarie sul mondo Rom. Insegna Lingue e Processi Interculturali (Lingua e cultura romanì) all’Università di Chieti. Con il suo gruppo, l’Alexian Group, tiene numerosi concerti in Italia e all’estero. Ha pubblicato partiture musicali per orchestra, ensemble e fisarmonica sola con il titolo di Romano Drom («Carovana romanì») con l’Ut Orpheus di Bologna e ha tenuto concerti con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese e con l’Orchestra Europea per la Pace a Strasburgo al Palazzo del Consiglio d’Europa.
Scheda dell'opera
Autore: Santino Spinelli
Titolo: Rom, genti libere
Sottotitolo: Storia, arte e cultura di un popolo misconosciuto
Data di uscita: 19/1/2012
Confezione: brossura con alette
Pagine: 384
Argomento: Saggistica
Editire: Dalai
Eppure di loro non sappiamo nulla, a partire dal fatto che usiamo Rom come sinonimo di «zingari», mentre invece si tratta di uno dei cinque gruppi etnici (oltre a Sinti, Kale, Manouches e Romanichals) che costituiscono la popolazione romanì. Per la prima volta, uno studioso Rom italiano ci offre una storia complessiva di questo popolo, dalle migrazioni originarie alla situazione contemporanea, abbracciandone la cultura e i valori sociali, le espressioni artistiche, fino alle organizzazioni politiche. Questo libro ci restituisce l’identità «invisibile» dei Rom, l’evoluzione di tradizioni e valori millenari tramandati nella quotidianità: un’identità ignorata dagli stereotipi dei campi nomadi che trasformano gli errori di pochi in colpa collettiva; relegata nel ghetto della povertà ed esclusione sociale dalle stesse associazioni di pseudo-volontariato; annientata, infine, dall’attuale politica di assimilazione attraverso la discriminazione.
Appartengono alla popolazione Rom celebri attori come Michael Caine, Bob Hoskins, Yul Brynner, Rita Hayworth, il calciatore Michael Ballack, professori di prestigiose università, persino un Premio Nobel, un Principe, un Presidente della Repubblica e un Beato. Se ci stupiamo è la prova di quanto radicati siano i pregiudizi, di quanto utile sia questo libro, frutto di venticinque anni di ricerche e scoperte, il cui messaggio paradossale è che i Rom sono un popolo «normale» di «genti libere», una libertà per nulla romantica, ma che è la forza di chi ha preservato con tenacia la propria identità, resa misconosciuta da secoli di discriminazione e propaganda.
Santino Spinelli in arte «Alexian» è un Rom italiano, musicista, compositore, poeta, saggista. Ha due lauree, una in Lingue e Letterature Straniere Moderne e l’altra in Musicologia, entrambe conseguite all’Università di Bologna. È autore di numerosi articoli e opere letterarie sul mondo Rom. Insegna Lingue e Processi Interculturali (Lingua e cultura romanì) all’Università di Chieti. Con il suo gruppo, l’Alexian Group, tiene numerosi concerti in Italia e all’estero. Ha pubblicato partiture musicali per orchestra, ensemble e fisarmonica sola con il titolo di Romano Drom («Carovana romanì») con l’Ut Orpheus di Bologna e ha tenuto concerti con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese e con l’Orchestra Europea per la Pace a Strasburgo al Palazzo del Consiglio d’Europa.
Scheda dell'opera
Autore: Santino Spinelli
Titolo: Rom, genti libere
Sottotitolo: Storia, arte e cultura di un popolo misconosciuto
Data di uscita: 19/1/2012
Confezione: brossura con alette
Pagine: 384
Argomento: Saggistica
Editire: Dalai
Categories: Notizie
Gay torturato in Nigeria rischia deportazione dagli Usa
L'appello al presidente Obama dell'organizzazione per i diritti umani EveryOne Group affinché le autorità Usa recedano dalla decisione di rimandare in Nigeria Becley Aigbuza, 28 anni, rifugiatosi in California, dopo aver subito in un carcere nigeriano sevzie e stupri. È accusato di aver chiesto una carta di credito sotto falso nome.
Roma, 28 gennaio 2012. Il Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani, ha lanciato questa mattina un appello al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al segretario di Stato, Hillary Clinton e al governatore della California, Edmund G. Brown Jr. per chiedere l'immediata sospensione del provvedimento di deportazione in Nigeria di Becley Aigbuza, ventottenne gay rifugiatosi da anni a San Diego (California), dopo aver subito in Nigeria terribili torture e stupri. Il giovane, che lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome. La storia di Becley. "Nel 2008," raccontano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che stanno seguendo il caso, "in un viaggio in Nigeria per fare visita alla zia paterna, scoperta la sua relazione con un ragazzo del posto, è stato da questa denunciato alle autorità di Benin City e prelevato da casa dalla polizia. Portato in una caserma, Becley è stato picchiato a sangue da alcuni detenuti, dopo che questi erano stati informati dai poliziotti della sua omosessualità, e poi torturato con l'acido da tre agenti, che lo hanno sodomizzato a turno, per ore, usando una bottiglia di birra. Il giovane gay si è risvegliato in ospedale, con gravi ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, una mano rotta e un testicolo mutilato".
La sua testimonianza. Becley, racconta ancora EveryOne - che ha pubblicato la sua toccante storia sul sito web dell'organizzazione umanitaria, è riuscito a fuggire dall'ospedale e, grazie all'aiuto di un parroco che gli ha procurato un nuovo passaporto, ad imbarcarsi di nuovo su un volo per San Diego, dove dall'età di undici anni viveva con il padre. "Mio padre e tutti i miei familiari in Nigeria", ha raccontato in lacrime Becley agli attivisti del Gruppo EveryOne, "hanno giurato di uccidermi, 'per pulire l'abominio e la vergogna' che ho portato in famiglia col mio essere gay".
L'appello di EveryOne. E' stato inviato anche all'Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e a David Thorne, ambasciatore USA in Italia, dove l'organizzazione umanitaria ha la sua sede principale. "Chiediamo alla società civile" concludono Malini, Pegoraro e Picciau, "di inoltrare l'appello, reperibile sul nostro sito, agli indirizzi e-mail del dipartimento di Stato USA e della Casa Bianca pubblicati on line. E' fondamentale che si levino voci contro l'indifferenza e che preservino il ragazzo, che ha già subito immani violenze fisiche e morali incancellabili, nei suoi diritti fondamentali alla vita, alla libertà e alla dignità".
Nella foto, Becley Aigbuza
Roma, 28 gennaio 2012. Il Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani, ha lanciato questa mattina un appello al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al segretario di Stato, Hillary Clinton e al governatore della California, Edmund G. Brown Jr. per chiedere l'immediata sospensione del provvedimento di deportazione in Nigeria di Becley Aigbuza, ventottenne gay rifugiatosi da anni a San Diego (California), dopo aver subito in Nigeria terribili torture e stupri. Il giovane, che lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome. La storia di Becley. "Nel 2008," raccontano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che stanno seguendo il caso, "in un viaggio in Nigeria per fare visita alla zia paterna, scoperta la sua relazione con un ragazzo del posto, è stato da questa denunciato alle autorità di Benin City e prelevato da casa dalla polizia. Portato in una caserma, Becley è stato picchiato a sangue da alcuni detenuti, dopo che questi erano stati informati dai poliziotti della sua omosessualità, e poi torturato con l'acido da tre agenti, che lo hanno sodomizzato a turno, per ore, usando una bottiglia di birra. Il giovane gay si è risvegliato in ospedale, con gravi ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, una mano rotta e un testicolo mutilato".
La sua testimonianza. Becley, racconta ancora EveryOne - che ha pubblicato la sua toccante storia sul sito web dell'organizzazione umanitaria, è riuscito a fuggire dall'ospedale e, grazie all'aiuto di un parroco che gli ha procurato un nuovo passaporto, ad imbarcarsi di nuovo su un volo per San Diego, dove dall'età di undici anni viveva con il padre. "Mio padre e tutti i miei familiari in Nigeria", ha raccontato in lacrime Becley agli attivisti del Gruppo EveryOne, "hanno giurato di uccidermi, 'per pulire l'abominio e la vergogna' che ho portato in famiglia col mio essere gay".
L'appello di EveryOne. E' stato inviato anche all'Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e a David Thorne, ambasciatore USA in Italia, dove l'organizzazione umanitaria ha la sua sede principale. "Chiediamo alla società civile" concludono Malini, Pegoraro e Picciau, "di inoltrare l'appello, reperibile sul nostro sito, agli indirizzi e-mail del dipartimento di Stato USA e della Casa Bianca pubblicati on line. E' fondamentale che si levino voci contro l'indifferenza e che preservino il ragazzo, che ha già subito immani violenze fisiche e morali incancellabili, nei suoi diritti fondamentali alla vita, alla libertà e alla dignità".
Nella foto, Becley Aigbuza
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USA, rifugiati LGBT. Becley Aigbuza rischia la deportazione
USA, rifugiati LGBT: Becley Aigbuza, gay nigeriano stuprato e seviziato in Patria, rischia la deportazione da San Diego. Appello del Gruppo EveryOne al presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, al segretario di Stato Hillary Clinton e al governatore della California Edmund Brown Jr.
Roma/San Diego, 28 gennaio 2012. Becley Aigbuza, ventottenne omosessuale originario di Benin, Nigeria, negli Stati Uniti d’America dal 1994, all’età di undici anni, rischia ora la deportazione da San Diego (California), dove vive, verso il Paese d’origine.
Le torture e lo stupro subiti in Nigeria. In Nigeria Becley è atteso da nuove torture e morte, dopo che, nel 2008, recatosi dopo anni a visitare la zia paterna, con cui aveva passato la prima infanzia, è stato arrestato dalla polizia nigeriana dopo che la donna, sorpresa la relazione del nipote con un altro ragazzo del posto, lo aveva denunciato alle autorità locali. Becley è stato prelevato con la forza dalla casa della zia e portato in una caserma, rinchiuso in una cella per ore e pestato a sangue da alcuni detenuti dopo che i poliziotti li avevano informati della sua omosessualità. Successivamente, è stato prelevato da tre agenti, nuovamente picchiato e barbaramente seviziato. “Dopo aver dovuto ammettere davanti a loro che ero gay, i poliziotti mi hanno legato, bruciato la fronte con del cotone imbevuto di acido e mi hanno sodomizzato a turno, per ore, con una bottiglia di birra” ha raccontato Becley in lacrime agli attivisti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani. “Mi sono risvegliato nell’ospedale di Benin City, con una spalla slogata, una mano rotta, ecchimosi e ferite su tutto il corpo e un testicolo mutilato. Ero stato tradito dalla mia famiglia, punito solo perché amavo una persona del mio stesso sesso”. Il ritorno disperato in America. Becley, con l’aiuto di un’infermiera cui promette di inviare dei soldi una volta rientrato negli USA, riesce a scappare dall’ospedale sottraendosi al controllo delle autorità nigeriane e a imbarcarsi qualche settimana dopo, grazie al supporto di un parroco che gli procura un nuovo passaporto, in un volo verso San Diego.
Becley aveva vissuto in America fino al 2008 assieme al padre, in un’infanzia di abusi e violenze fisiche e verbali per non essere come gli altri ragazzini; quando però, all’età di ventidue anni, nel 2005, mentre frequentava il college, il ragazzo aveva confessato la sua omosessualità, era stato picchiato e rinnegato dal padre, costretto a trovarsi una nuova casa.
L’ambasciata nigeriana: “come gay, meritavi quel trattamento”. “Quando sono tornato negli USA, ho contattato l’ambasciata nigeriana a Washinghton e ho denunciato loro gli abusi cui ero stato sottoposto dalle autorità di polizia a causa del mio diverso orientamento sessuale” ha spiegato Becley. “Ricordo ancora le parole lapidarie del funzionario: mi disse che come gay meritavo quel trattamento, e che se fossi tornato in Nigeria avrei rischiato grosso. Scrissi allora una lettera all’ambasciata in cui raccontavo la mia storia e mi sdegnavo di questo comportamento, rinunciando alla cittadinanza nigeriana”.
Il rischio imminente di deportazione in Nigeria e le minacce di morte della famiglia. “Un giorno ho commesso l’errore più grosso della mia vita: ero spaventato, avvilito, depresso e senza più il sostegno di nessuno, e ho fatto domanda di una carta di credito con falso nome”. Nel 2011, quando Becley ha inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di acquisire la cittadinanza americana, le autorità statunitensi hanno scoperto il reato e, rigettata la domanda del giovane, hanno avviato la procedura di rimpatrio. Becley è stato detenuto per alcuni mesi in un centro per l’immigrazione, e poi rilasciato per le gravi condizioni in cui desta, a seguito proprio delle torture subite. La prossima udienza, che dovrà decidere sul suo rimpatrio forzato, è fissata per il 28 febbraio prossimo. “Se penso che ora rischio di tornare in Nigeria, e che l’ambasciata nigeriana è a conoscenza della mia omosessualità e della mia denuncia, per la quale rischio nuove rappresaglie, non riesco a non pensare al peggio, e preferisco morire anziché essere deportato. Per altro, sia mio padre che i miei parenti in Nigeria hanno giurato di uccidermi per pulire l'abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay”.
L’appello agli USA dell’organizzazione umanitaria EveryOne. Il Gruppo EveryOne, in contatto diretto con Becley dagli Stati Uniti, si appella al presidente Barack Obama, al segretario di Stato Hillary Clinton e al governatore della California Edmund G. Brown Jr.: “Chiediamo che a Becley Aigbuza venga garantita immediata protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Convenzione contro la tortura” affermano i co-presidenti di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “La legge nigeriana prevede una pena carceraria fino a quattordici anni per omosessualità, come punizione per aver offeso la pubblica morale; nel nord del Paese, dove governa la Sharia islamica, è applicata addirittura la pena di morte per i gay. Chiediamo all’amministrazione Obama, dimostratisi in più occasioni vicina alle lotte e alle conquiste civili del popolo LGBT, di interessarsi immediatamente del caso per annullare la deportazione del giovane gay e garantirgli l’asilo come rifugiato negli States”.
La richiesta di aiuto alle Nazioni Unite e all’ambasciatore David Thorne. L’appello di EveryOne si rivolge anche all’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e a David Thorne, ambasciatore USA in Italia, dove l’organizzazione umanitaria ha la sua sede principale. “I diritti fondamentali di Becley alla vita, alla libertà e alla propria dignità devono essere tutelati. Il ragazzo ha già subito immani violenze fisiche e morali incancellabili e non può essere sottoposto a ulteriori abusi dietro l’indifferenza istituzionale in un momento di estrema precarietà psico-fisica che lo mette a serissimo rischio di vita”.
Act now! EveryOne invita infine a una mobilitazione della società civile: chiede a tutti di inoltrare al Dipartimento di Stato USA, alla Casa Bianca e alle Nazioni Unite il seguente appello, utilizzando gli indirizzi e-mail sotto riportati, in copia conoscenza a info@everyonegroup.com:
president@whitehouse.gov
civil.liberties@dhs.gov
socr_direct@state.gov
askdoj@usdoj.gov
guterres@unhcr.org
Urgent-action@ohchr.org
Foto: Becley Aigbuza (è autorizzata la diffusione e la riproduzione)
Roma/San Diego, 28 gennaio 2012. Becley Aigbuza, ventottenne omosessuale originario di Benin, Nigeria, negli Stati Uniti d’America dal 1994, all’età di undici anni, rischia ora la deportazione da San Diego (California), dove vive, verso il Paese d’origine.
Le torture e lo stupro subiti in Nigeria. In Nigeria Becley è atteso da nuove torture e morte, dopo che, nel 2008, recatosi dopo anni a visitare la zia paterna, con cui aveva passato la prima infanzia, è stato arrestato dalla polizia nigeriana dopo che la donna, sorpresa la relazione del nipote con un altro ragazzo del posto, lo aveva denunciato alle autorità locali. Becley è stato prelevato con la forza dalla casa della zia e portato in una caserma, rinchiuso in una cella per ore e pestato a sangue da alcuni detenuti dopo che i poliziotti li avevano informati della sua omosessualità. Successivamente, è stato prelevato da tre agenti, nuovamente picchiato e barbaramente seviziato. “Dopo aver dovuto ammettere davanti a loro che ero gay, i poliziotti mi hanno legato, bruciato la fronte con del cotone imbevuto di acido e mi hanno sodomizzato a turno, per ore, con una bottiglia di birra” ha raccontato Becley in lacrime agli attivisti del Gruppo EveryOne, organizzazione per i diritti umani. “Mi sono risvegliato nell’ospedale di Benin City, con una spalla slogata, una mano rotta, ecchimosi e ferite su tutto il corpo e un testicolo mutilato. Ero stato tradito dalla mia famiglia, punito solo perché amavo una persona del mio stesso sesso”. Il ritorno disperato in America. Becley, con l’aiuto di un’infermiera cui promette di inviare dei soldi una volta rientrato negli USA, riesce a scappare dall’ospedale sottraendosi al controllo delle autorità nigeriane e a imbarcarsi qualche settimana dopo, grazie al supporto di un parroco che gli procura un nuovo passaporto, in un volo verso San Diego.
Becley aveva vissuto in America fino al 2008 assieme al padre, in un’infanzia di abusi e violenze fisiche e verbali per non essere come gli altri ragazzini; quando però, all’età di ventidue anni, nel 2005, mentre frequentava il college, il ragazzo aveva confessato la sua omosessualità, era stato picchiato e rinnegato dal padre, costretto a trovarsi una nuova casa.
L’ambasciata nigeriana: “come gay, meritavi quel trattamento”. “Quando sono tornato negli USA, ho contattato l’ambasciata nigeriana a Washinghton e ho denunciato loro gli abusi cui ero stato sottoposto dalle autorità di polizia a causa del mio diverso orientamento sessuale” ha spiegato Becley. “Ricordo ancora le parole lapidarie del funzionario: mi disse che come gay meritavo quel trattamento, e che se fossi tornato in Nigeria avrei rischiato grosso. Scrissi allora una lettera all’ambasciata in cui raccontavo la mia storia e mi sdegnavo di questo comportamento, rinunciando alla cittadinanza nigeriana”.
Il rischio imminente di deportazione in Nigeria e le minacce di morte della famiglia. “Un giorno ho commesso l’errore più grosso della mia vita: ero spaventato, avvilito, depresso e senza più il sostegno di nessuno, e ho fatto domanda di una carta di credito con falso nome”. Nel 2011, quando Becley ha inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di acquisire la cittadinanza americana, le autorità statunitensi hanno scoperto il reato e, rigettata la domanda del giovane, hanno avviato la procedura di rimpatrio. Becley è stato detenuto per alcuni mesi in un centro per l’immigrazione, e poi rilasciato per le gravi condizioni in cui desta, a seguito proprio delle torture subite. La prossima udienza, che dovrà decidere sul suo rimpatrio forzato, è fissata per il 28 febbraio prossimo. “Se penso che ora rischio di tornare in Nigeria, e che l’ambasciata nigeriana è a conoscenza della mia omosessualità e della mia denuncia, per la quale rischio nuove rappresaglie, non riesco a non pensare al peggio, e preferisco morire anziché essere deportato. Per altro, sia mio padre che i miei parenti in Nigeria hanno giurato di uccidermi per pulire l'abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay”.
L’appello agli USA dell’organizzazione umanitaria EveryOne. Il Gruppo EveryOne, in contatto diretto con Becley dagli Stati Uniti, si appella al presidente Barack Obama, al segretario di Stato Hillary Clinton e al governatore della California Edmund G. Brown Jr.: “Chiediamo che a Becley Aigbuza venga garantita immediata protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Convenzione contro la tortura” affermano i co-presidenti di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “La legge nigeriana prevede una pena carceraria fino a quattordici anni per omosessualità, come punizione per aver offeso la pubblica morale; nel nord del Paese, dove governa la Sharia islamica, è applicata addirittura la pena di morte per i gay. Chiediamo all’amministrazione Obama, dimostratisi in più occasioni vicina alle lotte e alle conquiste civili del popolo LGBT, di interessarsi immediatamente del caso per annullare la deportazione del giovane gay e garantirgli l’asilo come rifugiato negli States”.
La richiesta di aiuto alle Nazioni Unite e all’ambasciatore David Thorne. L’appello di EveryOne si rivolge anche all’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e a David Thorne, ambasciatore USA in Italia, dove l’organizzazione umanitaria ha la sua sede principale. “I diritti fondamentali di Becley alla vita, alla libertà e alla propria dignità devono essere tutelati. Il ragazzo ha già subito immani violenze fisiche e morali incancellabili e non può essere sottoposto a ulteriori abusi dietro l’indifferenza istituzionale in un momento di estrema precarietà psico-fisica che lo mette a serissimo rischio di vita”.
Act now! EveryOne invita infine a una mobilitazione della società civile: chiede a tutti di inoltrare al Dipartimento di Stato USA, alla Casa Bianca e alle Nazioni Unite il seguente appello, utilizzando gli indirizzi e-mail sotto riportati, in copia conoscenza a info@everyonegroup.com:
president@whitehouse.gov
civil.liberties@dhs.gov
socr_direct@state.gov
askdoj@usdoj.gov
guterres@unhcr.org
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Foto: Becley Aigbuza (è autorizzata la diffusione e la riproduzione)
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La memoria: Grüne Rose
Grüne Rose è il cortometraggio di Dario Picciau e Roberto Malini che ricorda le vittime della persecuzione attuata dai nazifascisti contro gli omosessuali.
Patrocinato dall'Ilga, ospite d'onore ai festival internazionali dedicati al cinema per i diritti umani o agli eventi LGBT, quest'opera è un simbolo della tragedia che colpì migliaia di cittadini innocenti, repressi, imprigionati, castrati, soggetti ad orribili esperimenti clinici solo perché erano omosessuali.
Roma, 27 gennaio 2012. "Qual è il più grande servizio che la conoscenza della storia ci può fornire? Quello di metterci sull'avviso. I nazisti hanno voluto uccidere gli ebrei semplicemente perché essi erano ebrei, gli zingari perché erano zingari e gli omosessuali perché erano omosessuali: venivano tutti visti come dei devianti che dovevano essere eliminati. In ciò consisté la soluzione finale". "Bisogna ricordare che insieme ai sei milioni di ebrei, sono morti anche centinaia di migliaia di zingari, di omosessuali, di intellettuali e anche di oppositori politici del regime nazista, sia religiosi, sia laici. Ci si deve rendere conto di cosa rappresenta la presa di potere di un regime dittatoriale e si deve amare e conservare questa democrazia che con tanta fatica abbiamo riconquistato". "Dovremmo cercare di trarre delle conclusioni da un'esperienza che ha travolto milioni di esseri umani e capire perché si debba conoscere questa storia, nonché quale lezione potremmo avere da questo passato".
Tullia Zevi
Grüne Rose è il cortometraggio che celebra la memoria dell'Olocausto dei "triangoli rosa", lo sterminio degli omosessuali sotto il regime nazista. Le scene del film sono ispirate alle litografie di Richard Grüne(1903-1983), artista tedesco omosessuale arrestato e incarcerato dalle SS (1936), poi deportato nei lager di Sachsenhausen (1937-1940) e Flossenburg (1940-1945).
Nove anni all'inferno, una martirio cui Grune sopravvisse per tramandarci la sua testimonianza umana e artistica.
Sul set di Grüne Rose è nata questa serie di "tableaux vivents", che corrispondono ad altrettante "stazioni" della memoria: un percorso che riconduce alla vicenda di Richard Grüne ed è la tragica allegoria di un pregiudizio che esiste ancora oggi persecuzione, tortura e sterminio.
SITO WEB: http://www.whitemouse.eu/films.htm#grune-rose
TITOLO ORIGINALE: Grüne Rose
Regia: Dario Picciau
Interpreti: Francesco Caci, Enzo Maria Cilento, Angelo Cirfiera, Emanuele Cirfiera, Giovanni Cirfiera, Massimo Muntoni, Paolo Riva, Libero Stelluti
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Malini
Dir. fotografia: Roberto Basili, Luca D'Addario
PRODUZIONE: Visions – Arcigay Firenze, CONTENUTI: Nazismo, guerra e gay, repressione politica, arte e gay, CATEGORIA: Corti, GENERE: Drammatico, ANNO: 2007, NAZIONE: Italia, DURATA (min.): 20 (?), LINGUA ORIGINALE: Italiano, FORMATO:35mm Col.
Rosa, come l'inizio del mattino.
In una legnaia persa nel nulla l'odio consumò la più atroce vendetta contro l'amore. Nell'era più oscura e crudele della storia umana, uomini dalle mani di fuoco marchiarono i cuori d'altri uomini con segni di condanna. E l'amore – quando i sicari più spietati conobbero il suo nome – fu braccato, combattuto, privato del suo diritto alla diversità, tormentato e, infine, assassinato. Ma dalle ceneri della follia, ecco il suo spettro e il suo seme (fantasmi e speranze ritornano sempre), rosa come l'inizio del mattino, verdi come germogli.
Link correlato: http://www.cinemagay.it/dosart.asp?ID=5484
Roma, 27 gennaio 2012. "Qual è il più grande servizio che la conoscenza della storia ci può fornire? Quello di metterci sull'avviso. I nazisti hanno voluto uccidere gli ebrei semplicemente perché essi erano ebrei, gli zingari perché erano zingari e gli omosessuali perché erano omosessuali: venivano tutti visti come dei devianti che dovevano essere eliminati. In ciò consisté la soluzione finale". "Bisogna ricordare che insieme ai sei milioni di ebrei, sono morti anche centinaia di migliaia di zingari, di omosessuali, di intellettuali e anche di oppositori politici del regime nazista, sia religiosi, sia laici. Ci si deve rendere conto di cosa rappresenta la presa di potere di un regime dittatoriale e si deve amare e conservare questa democrazia che con tanta fatica abbiamo riconquistato". "Dovremmo cercare di trarre delle conclusioni da un'esperienza che ha travolto milioni di esseri umani e capire perché si debba conoscere questa storia, nonché quale lezione potremmo avere da questo passato".
Tullia Zevi
Grüne Rose è il cortometraggio che celebra la memoria dell'Olocausto dei "triangoli rosa", lo sterminio degli omosessuali sotto il regime nazista. Le scene del film sono ispirate alle litografie di Richard Grüne(1903-1983), artista tedesco omosessuale arrestato e incarcerato dalle SS (1936), poi deportato nei lager di Sachsenhausen (1937-1940) e Flossenburg (1940-1945).
Nove anni all'inferno, una martirio cui Grune sopravvisse per tramandarci la sua testimonianza umana e artistica.
Sul set di Grüne Rose è nata questa serie di "tableaux vivents", che corrispondono ad altrettante "stazioni" della memoria: un percorso che riconduce alla vicenda di Richard Grüne ed è la tragica allegoria di un pregiudizio che esiste ancora oggi persecuzione, tortura e sterminio.
SITO WEB: http://www.whitemouse.eu/films.htm#grune-rose
TITOLO ORIGINALE: Grüne Rose
Regia: Dario Picciau
Interpreti: Francesco Caci, Enzo Maria Cilento, Angelo Cirfiera, Emanuele Cirfiera, Giovanni Cirfiera, Massimo Muntoni, Paolo Riva, Libero Stelluti
Soggetto e sceneggiatura: Roberto Malini
Dir. fotografia: Roberto Basili, Luca D'Addario
PRODUZIONE: Visions – Arcigay Firenze, CONTENUTI: Nazismo, guerra e gay, repressione politica, arte e gay, CATEGORIA: Corti, GENERE: Drammatico, ANNO: 2007, NAZIONE: Italia, DURATA (min.): 20 (?), LINGUA ORIGINALE: Italiano, FORMATO:35mm Col.
Rosa, come l'inizio del mattino.
In una legnaia persa nel nulla l'odio consumò la più atroce vendetta contro l'amore. Nell'era più oscura e crudele della storia umana, uomini dalle mani di fuoco marchiarono i cuori d'altri uomini con segni di condanna. E l'amore – quando i sicari più spietati conobbero il suo nome – fu braccato, combattuto, privato del suo diritto alla diversità, tormentato e, infine, assassinato. Ma dalle ceneri della follia, ecco il suo spettro e il suo seme (fantasmi e speranze ritornano sempre), rosa come l'inizio del mattino, verdi come germogli.
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Ricordo di David Kato Kisule su Radio Radicale
"Ho stretto amicizia con David il 10 febbraio 2010, durante la Quinta Piattaforma internazionale di Dublino per i difensori dei diritti umani a rischio di vita.
David era combattivo e coraggioso, il più intraprendente nel sostenere la necessità di portare un cambiamento in Africa e in tutti i paesi dove le persone Lgbt sono a rischio di imprigionamento, torture o anche della pena capitale. Ricordo una frase che David mi disse e che mi emozionò, perché esprimeva il suo valore di difensore dei diritti umani:
"Io devo tornare in Uganda. Non potrei mai chiedere asilo qui in Europa o negli Stati Uniti, perché il mio posto è accanto alla mia gente, accanto ai ragazzi gay che già nell'adolescenza devono nascondersi per evitare la persecuzione, accanto a chi soffre, senza avere alcuna colpa, discriminazione e persecuzione". Dalla testimonianza di Matteo Pegoraro, amico di David e co-presidente del Gruppo EveryOne
Roma, 26 gennaio 2012. A un anno dell'assassinio di David Kato Kisule, militante ugandese per i diritti LGBT, Radio Radicale ricorda l'indimenticato attivista gay con gli interventi di:
Sergio Rovasio
segretario dell'Associazione radicale "Certi diritti" (RADICALI ITALIANI)
Elio Polizzotto
membro dell'Associazione "Non c'è Pace Senza Giustizia"
Paolo Patanè
presidente nazionale dell'Arcigay
Yuri Guaiana
segretario dell'Associazione Radicale Certi Diritti
Matteo Pegoraro
co-presidente dell'Associazione Everyone
Elio De Capitani
regista, attore, autore
Sergio Rovasio
segretario dell'Associazione radicale "Certi diritti"
Marco Pannella
presidente del Senato del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (PRNTT)
Ascolta gli interventi
Nella foto, David Kato Kisule
"Io devo tornare in Uganda. Non potrei mai chiedere asilo qui in Europa o negli Stati Uniti, perché il mio posto è accanto alla mia gente, accanto ai ragazzi gay che già nell'adolescenza devono nascondersi per evitare la persecuzione, accanto a chi soffre, senza avere alcuna colpa, discriminazione e persecuzione". Dalla testimonianza di Matteo Pegoraro, amico di David e co-presidente del Gruppo EveryOne
Roma, 26 gennaio 2012. A un anno dell'assassinio di David Kato Kisule, militante ugandese per i diritti LGBT, Radio Radicale ricorda l'indimenticato attivista gay con gli interventi di:
Sergio Rovasio
segretario dell'Associazione radicale "Certi diritti" (RADICALI ITALIANI)
Elio Polizzotto
membro dell'Associazione "Non c'è Pace Senza Giustizia"
Paolo Patanè
presidente nazionale dell'Arcigay
Yuri Guaiana
segretario dell'Associazione Radicale Certi Diritti
Matteo Pegoraro
co-presidente dell'Associazione Everyone
Elio De Capitani
regista, attore, autore
Sergio Rovasio
segretario dell'Associazione radicale "Certi diritti"
Marco Pannella
presidente del Senato del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito (PRNTT)
Ascolta gli interventi
Nella foto, David Kato Kisule
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26 gennaio 2012: primo anniversario dell’assassinio di David Kato Kisule
Tra i ricordi delle personalità che lo hanno incontrato e conosciuto, quello dell'amico Matteo Pegoraro, co-presidente di EveryOne. David, giovane militante e attivista gay, è stato ucciso dal fondamentalismo religioso. L’Associazione Radicale Certi Diritti ha ricordato la sua figura con uno speciale su Radio Radicale alle ore 12.
Ascolta lo speciale su Radio Radicale: http://www.radioradicale.it/scheda/344411/ad-un-anno-dellassassinio-di-david-kato-kisule-militante-ugandese-per-i-diritti-lgbt Roma, 26 gennaio 2012. Oggi si celebra il primo anniversario dell’uccisione di David Kato Kisule, vittima dell’odio del fondamentalismo religioso. David, militante a attivista gay, membro di Smug, Sexual Minorities Uganda, venne barbaramente assassinato presso la sua abitazione dopo una campagna di odio che in Uganda è stata alimentata dai predicatori evangelici nelle piazze delle periferie causando una versa e propria caccia agli omosessuali e da una proposta di legge che chiedeva la pena di morte per le persone Lgbt. La rivista ugandese ‘Rolling Stone’ pubblicò in copertina, nel mese di ottobre del 2010, le foto di 100 attivisti gay con la richiesta immediata di arresto e impiccagione. Francis Onyango, il suo avvocato, intentò una causa, poi vinta, contro la rivista e il giudice ne impose la chiusura. Durante la varie fasi del dibattimento David venne aggredito e malmenato dal pubblico che assisteva alle udienze e venne aiutato e protetto dalle delegazioni diplomatiche presenti grazie alle richieste di Ong internazionali.
David Kato Kisule fu invitato a Roma nel novembre 2010 al IV Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti dove raccontò il dramma della situazione ugandese chiedendo aiuto e sostegno. David si iscrisse in quell’occasione a Certi Diritti e decise di tornare nel suo paese, nonostante i gravi rischi per la sua incolumità.
Matteo Pegoraro, co-presidente di EveryOne, lo aveva conosciuto nel febbraio del 2010, nel corso della Fifth Dublin Platform for Human Rights Defenders organizzata da Front Line con la partecipazione dell'Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, e in quell'occasione aveva avuto modo di stringere amicizia con David, nonché condividere esperienze e buone pratiche legate al lavoro quotidiano in materia di diritti umani, soprattutto nella tutela dei diritti fondamentali delle persone LGBT perseguitate nel mondo.
A Kampala oggi è prevista una giornata di commemorazione della sua figura presso il City Center dove sono previsti interventi di rappresentati di Ong, amici e attivisti ugandesi. A nome della famiglia parlerà il fratello.
Alla notizia della sua morte Il presidente Usa Barack Obama disse: “Sono profondamente rattristato di sapere del suo omicidio. David ha dimostrato grande coraggio nello schierarsi apertamente contro l'odio. Era un grande testimone dei valori di uguaglianza e libertà".
L’Unione Europea, il Dipartimento di Stato Usa, esponenti politici europei e americani, espressero frasi di cordoglio per la scomparsa di David Kato Kisule. Marco Pannella disse: “Spero che le massime autorità della nostra Repubblica dicano una loro parola sulla morte di David Kato. Ne onorerebbero non solo la memoria ma la Repubblica stessa…”.
Francis Onyango, il suo Avvocato, è stato eletto lo scorso dicembre Presidente onorario dell’Associazione Radicale Certi Diritti. Negli ultimi mesi, grazie al supporto di Ong e Associazioni di diversi paesi del mondo, Francis e altri esperti sono riusciti a fare una contro-inchiesta, consegnata alle autorità, che smentisce quanto dichiarato dalla polizia sul fatto che l’assassino di David Kato Kisule è una persona estranea alla campagna di odio promossa nel paese.
Oggi, giovedì 26 gennaio, Radio Radicale ha trasmetto uno speciale su David Kato Kisule curato da Sergio Rovasio e Dino Marafioti con le testimonianze di Elio Polizzoto, amico di David; Paolo Patanè, Presidente di Arcigay, Yuri Guaiana, Segretario dell’ Associazione Radicale Certi Diritti; Elio De Capitani, Direttore Artistico del Teatro dell’Elfo di Milano, Marco Pannella, leader dei Radicali e Matteo Pegoraro, co-presidente di EveryOne.
Ascolta lo speciale su Radio Radicale: http://www.radioradicale.it/scheda/344411/ad-un-anno-dellassassinio-di-david-kato-kisule-militante-ugandese-per-i-diritti-lgbt Roma, 26 gennaio 2012. Oggi si celebra il primo anniversario dell’uccisione di David Kato Kisule, vittima dell’odio del fondamentalismo religioso. David, militante a attivista gay, membro di Smug, Sexual Minorities Uganda, venne barbaramente assassinato presso la sua abitazione dopo una campagna di odio che in Uganda è stata alimentata dai predicatori evangelici nelle piazze delle periferie causando una versa e propria caccia agli omosessuali e da una proposta di legge che chiedeva la pena di morte per le persone Lgbt. La rivista ugandese ‘Rolling Stone’ pubblicò in copertina, nel mese di ottobre del 2010, le foto di 100 attivisti gay con la richiesta immediata di arresto e impiccagione. Francis Onyango, il suo avvocato, intentò una causa, poi vinta, contro la rivista e il giudice ne impose la chiusura. Durante la varie fasi del dibattimento David venne aggredito e malmenato dal pubblico che assisteva alle udienze e venne aiutato e protetto dalle delegazioni diplomatiche presenti grazie alle richieste di Ong internazionali.
David Kato Kisule fu invitato a Roma nel novembre 2010 al IV Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti dove raccontò il dramma della situazione ugandese chiedendo aiuto e sostegno. David si iscrisse in quell’occasione a Certi Diritti e decise di tornare nel suo paese, nonostante i gravi rischi per la sua incolumità.
Matteo Pegoraro, co-presidente di EveryOne, lo aveva conosciuto nel febbraio del 2010, nel corso della Fifth Dublin Platform for Human Rights Defenders organizzata da Front Line con la partecipazione dell'Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, e in quell'occasione aveva avuto modo di stringere amicizia con David, nonché condividere esperienze e buone pratiche legate al lavoro quotidiano in materia di diritti umani, soprattutto nella tutela dei diritti fondamentali delle persone LGBT perseguitate nel mondo.
A Kampala oggi è prevista una giornata di commemorazione della sua figura presso il City Center dove sono previsti interventi di rappresentati di Ong, amici e attivisti ugandesi. A nome della famiglia parlerà il fratello.
Alla notizia della sua morte Il presidente Usa Barack Obama disse: “Sono profondamente rattristato di sapere del suo omicidio. David ha dimostrato grande coraggio nello schierarsi apertamente contro l'odio. Era un grande testimone dei valori di uguaglianza e libertà".
L’Unione Europea, il Dipartimento di Stato Usa, esponenti politici europei e americani, espressero frasi di cordoglio per la scomparsa di David Kato Kisule. Marco Pannella disse: “Spero che le massime autorità della nostra Repubblica dicano una loro parola sulla morte di David Kato. Ne onorerebbero non solo la memoria ma la Repubblica stessa…”.
Francis Onyango, il suo Avvocato, è stato eletto lo scorso dicembre Presidente onorario dell’Associazione Radicale Certi Diritti. Negli ultimi mesi, grazie al supporto di Ong e Associazioni di diversi paesi del mondo, Francis e altri esperti sono riusciti a fare una contro-inchiesta, consegnata alle autorità, che smentisce quanto dichiarato dalla polizia sul fatto che l’assassino di David Kato Kisule è una persona estranea alla campagna di odio promossa nel paese.
Oggi, giovedì 26 gennaio, Radio Radicale ha trasmetto uno speciale su David Kato Kisule curato da Sergio Rovasio e Dino Marafioti con le testimonianze di Elio Polizzoto, amico di David; Paolo Patanè, Presidente di Arcigay, Yuri Guaiana, Segretario dell’ Associazione Radicale Certi Diritti; Elio De Capitani, Direttore Artistico del Teatro dell’Elfo di Milano, Marco Pannella, leader dei Radicali e Matteo Pegoraro, co-presidente di EveryOne.
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Vercelli. Capelli d’oro e di cenere per non dimenticare
Vercelli, 26 gennaio 2012. In occasione della Dodicesima Giornata della Memoria, è stata inaugurata ieri, nel Foyer del Salone Dugentesco, la mostra “Capelli d’oro e di cenere” di Roberto Malini e Steed Gamero a cura dell’associazione Italia Israele di Vercelli.
Marco Ricciardiello e, al microfono, l'assessore Piergiorgio Fossale
Si tratta di una mostra fotografica testimoniale con immagini di ritratti femminili di testimoni della Shoah realizzate soprattutto in Italia e in Israele. Anche quest’anno gli artisti vercellesi, singolarmente o in gruppo, come gli allievi del Liceo Artistico cittadino guidati dalla professoressa Monica Falcone, hanno voluto esprimere la loro partecipazione alla ricorrenza con le loro opere.
In visione ci sono anche una trentina di fotografie scattate durante la persecuzione razziale da militari tedeschi e raccolte dal novarese Giulio Pastoretti: immagini toccanti che testimoniano momenti di vita nei ghetti dell’Est europeo.
Ritratto di Thomas Gazit, eseguito da Steed Gamero nel corso della serata
La serata, arricchita dal Coro di Voci Bianche dell’Arcidiocesi di Vercelli e dal gruppo Variabile Ensemble diretto dal Maestro Giuseppe Canone che ha proposto musiche della tradizione ebraica, è iniziata all’interno del Salone del Dugentesco con il saluto di Marco Ricciardiello presidente dell’associazione Italia Israele.
«Il 27 dicembre 1945 – racconta emozionato e commosso Ricciardiello – in pieno inverno le truppe dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, spalancarono le porte e si trovarono in un abisso. Si trovarono di fronte alla più grande fabbrica di morte mai vista. Olocausto, termine con il quale solitamente si identifica il genocidio perpetrato dai nazisti. Ma la parola è impropria in quanto significa “completamente bruciato” e si riferisce ai sacrifici di animali alle divinità. Sicuramente in questo caso nessuna divinità ha chiesto questo sacrificio. La parola da adottare è Shoah: la catastrofe».
«Quando ci troviamo – commenta l’Assessore alla Cultura Piergiorgio Fossale – in questi momenti per ricordare occorre impegnare mente e cuore in una riflessione non superficiale. Inserire i carnefici in quella che è stata definita la “banalità del male” vorrebbe dire in qualche modo assolverli da quella che è stata una loro scelta consapevole. Al processo di Norimberga gli imputati nazisti si giustificavano dicendo “abbiamo solo eseguito ordini superiori”. La frase non ha senso perché l’uomo ha la facoltà di scegliere. Non siamo mai al sicuro, dobbiamo cercare dentro di noi la forza di scegliere la strada giusta a qualsiasi costo anche se a volte è difficile».
Nella foto: "Triangolonero", opera di Osvaldo Alberti dedicata ad Antonia Bezzecchi, sopravvissuta al Porrajmos A prendere la parola è stato poi Don Mario Alloglio «Con memoria ci riferiamo ad avvenimenti conclusi nel passato. Qui non deve essere così, occorre stimolare una riflessione nel presente che purtroppo è ancora inficiato da episodi di razzismo e intolleranza. Memoria del passato, attualizzata nel presente in funzione del futuro». «La mostra alla quale abbiamo collaborato come scuola – spiega la Dirigente del Liceo Artistico Graziella Canna Gallo– si rivolge anche ai giovani per ricordare in modo indelebile il passato, per vivere il presente e progettare il futuro». «Le immagini proposte all’interno della mostra – osserva il professor Giacomo Ferrari dell’Università del Piemonte Orientale – colpiscono la nostra emotività sulla quale abbiamo costruito una coscienza. Dalle immagini emerge la volontà di annientare un popolo in quanto tale. Colpisce l’emanazione delle leggi razziali con la giustificazione di aver diviso l’umanità in uomini e sotto uomini. Ignoranza e pregiudizio fanno accettare per buone cose che buone non sono. La memoria ci deve incoraggiare a rimuovere dalle menti quelle costruzioni fantastiche che hanno conseguenze terribili rimuovendo anche inopportuni pregiudizi».
A concludere la serie di interventi è Roberto Malini, coautore della mostra, co presidente dell’associazione umanitaria EveryOne, regista e sceneggiatore «Abbiamo voluto ricordare la Shoah mediante ritratti di donne in forma artistica. Abbiamo incontrato le donne testimoni dell’olocausto per cogliere nel loro sguardo e nei loro occhi ciò che hanno vissuto. Durante un incontro una di esse mi disse di portare ai giovani questo messaggio: "pace e tolleranza sono i beni più grandi e ma per conservarli occorre ricordare gli errori dovuti a intolleranza e alla guerra. Bisogna avere sempre fiducia e speranza: solo quando ci si arrende è davvero la fine"».
Nota di Roberto Malini e Steed Gamero Nella foto: Roberto Malini La serata è stata intensa e commovente. Thomas Gazit, vicepresidente dell'associazione Italia-Israele e testimone della Shoah, ci ha fatti sentire come a casa, presentandoci gli ospiti e gli artisti uno per uno. Marco Ricciardiello, presidente dell'associazione, ha trasferito al numeroso pubblico una commozione viva e autentica, che supera qualsiasi fredda celebrazione e chiede a coloro che si avvicinano alla Memoria di parteciparvi e di impegnarsi affinché i germi dell'intolleranza non si diffondano più. Sulla stessa linea, il professor Giacomo Ferrari, che ha sottolineato in modo chiaro e inequivocabile la necessità di mantenere vivi, anche attraverso il lavoro artistico, i valori e il significato su cui si fonda la ricorrenza del Giorno della Memoria in Italia e nel mondo. Anche l’Assessore alla Cultura Piergiorgio Fossale e Don Mario Alloglio hanno evitato la retorica o i discorsi preparati, parlando al pubblico con intensa partecipazione emotiva. Gli artisti professionisti, ma anche quelli più giovani, come ha spiegato in modo completamente condivisibile la dirigente del Liceo Artistico Graziella Canna Gallo, hanno lavorato con impegno e rispetto sui ritratti delle donne della Shoah, realizzando opere di notevole contenuto civile. Per noi è stata una serata importante e l'abbraccio della città di Vercelli, così sensibile a uno dei temi più importanti del mondo attuale, è stato indimenticabile.
"Portalo con te", opera di Tiziana Salè dedicata a Goti Bauer
"Oro e argento", opera di Roberto Gianinetti dedicata a Lilly Ofek Kettner
Questo è stato", opera di Emanuela Pensotti dedicata a Piera Sonnino;
Alcuni ritratti di donne della Shoah realizzati da Roberto Malini e Steed Gamero per la mostra "Capelli d'oro e di cenere"
Marco Ricciardiello e, al microfono, l'assessore Piergiorgio Fossale
Si tratta di una mostra fotografica testimoniale con immagini di ritratti femminili di testimoni della Shoah realizzate soprattutto in Italia e in Israele. Anche quest’anno gli artisti vercellesi, singolarmente o in gruppo, come gli allievi del Liceo Artistico cittadino guidati dalla professoressa Monica Falcone, hanno voluto esprimere la loro partecipazione alla ricorrenza con le loro opere.
In visione ci sono anche una trentina di fotografie scattate durante la persecuzione razziale da militari tedeschi e raccolte dal novarese Giulio Pastoretti: immagini toccanti che testimoniano momenti di vita nei ghetti dell’Est europeo.
Ritratto di Thomas Gazit, eseguito da Steed Gamero nel corso della serata
La serata, arricchita dal Coro di Voci Bianche dell’Arcidiocesi di Vercelli e dal gruppo Variabile Ensemble diretto dal Maestro Giuseppe Canone che ha proposto musiche della tradizione ebraica, è iniziata all’interno del Salone del Dugentesco con il saluto di Marco Ricciardiello presidente dell’associazione Italia Israele.
«Il 27 dicembre 1945 – racconta emozionato e commosso Ricciardiello – in pieno inverno le truppe dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, spalancarono le porte e si trovarono in un abisso. Si trovarono di fronte alla più grande fabbrica di morte mai vista. Olocausto, termine con il quale solitamente si identifica il genocidio perpetrato dai nazisti. Ma la parola è impropria in quanto significa “completamente bruciato” e si riferisce ai sacrifici di animali alle divinità. Sicuramente in questo caso nessuna divinità ha chiesto questo sacrificio. La parola da adottare è Shoah: la catastrofe».
«Quando ci troviamo – commenta l’Assessore alla Cultura Piergiorgio Fossale – in questi momenti per ricordare occorre impegnare mente e cuore in una riflessione non superficiale. Inserire i carnefici in quella che è stata definita la “banalità del male” vorrebbe dire in qualche modo assolverli da quella che è stata una loro scelta consapevole. Al processo di Norimberga gli imputati nazisti si giustificavano dicendo “abbiamo solo eseguito ordini superiori”. La frase non ha senso perché l’uomo ha la facoltà di scegliere. Non siamo mai al sicuro, dobbiamo cercare dentro di noi la forza di scegliere la strada giusta a qualsiasi costo anche se a volte è difficile».
Nella foto: "Triangolonero", opera di Osvaldo Alberti dedicata ad Antonia Bezzecchi, sopravvissuta al Porrajmos A prendere la parola è stato poi Don Mario Alloglio «Con memoria ci riferiamo ad avvenimenti conclusi nel passato. Qui non deve essere così, occorre stimolare una riflessione nel presente che purtroppo è ancora inficiato da episodi di razzismo e intolleranza. Memoria del passato, attualizzata nel presente in funzione del futuro». «La mostra alla quale abbiamo collaborato come scuola – spiega la Dirigente del Liceo Artistico Graziella Canna Gallo– si rivolge anche ai giovani per ricordare in modo indelebile il passato, per vivere il presente e progettare il futuro». «Le immagini proposte all’interno della mostra – osserva il professor Giacomo Ferrari dell’Università del Piemonte Orientale – colpiscono la nostra emotività sulla quale abbiamo costruito una coscienza. Dalle immagini emerge la volontà di annientare un popolo in quanto tale. Colpisce l’emanazione delle leggi razziali con la giustificazione di aver diviso l’umanità in uomini e sotto uomini. Ignoranza e pregiudizio fanno accettare per buone cose che buone non sono. La memoria ci deve incoraggiare a rimuovere dalle menti quelle costruzioni fantastiche che hanno conseguenze terribili rimuovendo anche inopportuni pregiudizi».
A concludere la serie di interventi è Roberto Malini, coautore della mostra, co presidente dell’associazione umanitaria EveryOne, regista e sceneggiatore «Abbiamo voluto ricordare la Shoah mediante ritratti di donne in forma artistica. Abbiamo incontrato le donne testimoni dell’olocausto per cogliere nel loro sguardo e nei loro occhi ciò che hanno vissuto. Durante un incontro una di esse mi disse di portare ai giovani questo messaggio: "pace e tolleranza sono i beni più grandi e ma per conservarli occorre ricordare gli errori dovuti a intolleranza e alla guerra. Bisogna avere sempre fiducia e speranza: solo quando ci si arrende è davvero la fine"».
Nota di Roberto Malini e Steed Gamero Nella foto: Roberto Malini La serata è stata intensa e commovente. Thomas Gazit, vicepresidente dell'associazione Italia-Israele e testimone della Shoah, ci ha fatti sentire come a casa, presentandoci gli ospiti e gli artisti uno per uno. Marco Ricciardiello, presidente dell'associazione, ha trasferito al numeroso pubblico una commozione viva e autentica, che supera qualsiasi fredda celebrazione e chiede a coloro che si avvicinano alla Memoria di parteciparvi e di impegnarsi affinché i germi dell'intolleranza non si diffondano più. Sulla stessa linea, il professor Giacomo Ferrari, che ha sottolineato in modo chiaro e inequivocabile la necessità di mantenere vivi, anche attraverso il lavoro artistico, i valori e il significato su cui si fonda la ricorrenza del Giorno della Memoria in Italia e nel mondo. Anche l’Assessore alla Cultura Piergiorgio Fossale e Don Mario Alloglio hanno evitato la retorica o i discorsi preparati, parlando al pubblico con intensa partecipazione emotiva. Gli artisti professionisti, ma anche quelli più giovani, come ha spiegato in modo completamente condivisibile la dirigente del Liceo Artistico Graziella Canna Gallo, hanno lavorato con impegno e rispetto sui ritratti delle donne della Shoah, realizzando opere di notevole contenuto civile. Per noi è stata una serata importante e l'abbraccio della città di Vercelli, così sensibile a uno dei temi più importanti del mondo attuale, è stato indimenticabile.
"Portalo con te", opera di Tiziana Salè dedicata a Goti Bauer
"Oro e argento", opera di Roberto Gianinetti dedicata a Lilly Ofek Kettner
Questo è stato", opera di Emanuela Pensotti dedicata a Piera Sonnino;
Alcuni ritratti di donne della Shoah realizzati da Roberto Malini e Steed Gamero per la mostra "Capelli d'oro e di cenere"
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Shoah. Il 25 gennaio a Vercelli la mostra fotografica Capelli d'oro e di cenere
Vercelli, 25 gennaio 2011. Una mostra per ricordare la Shoah. In occasione della XII giornata della Memoria, al Salone Dugentesco a Vercelli, il 25 gennaio alle ore 18.30, a cura dell’Associazione Italia Israele di Vercelli, vernice della mostra fotografica Capelli d’oro e di cenere. Donne nella Shoah di Roberto Malini e Steed Gamero.
Roberto Malini (artista poliedrico: scrittore, poeta, sceneggiatore, pittore, fotografo) e Steed Gamero (talento precoce che esprime la sua creatività attraverso pittura, fumetto, installazione artistica e, soprattutto, fotografia), hanno dedicato una serie di fotografie d’arte alle sopravvissute all’Olocausto, fissando con l’obiettivo i ricordi, i lineamenti, i segni, le tracce delle vittime e degli eroi. Le immagini - raccolte nella mostra “Capelli d’oro e di cenere. Donne nella Shoah” - colgono volti e oggetti di un mondo la cui ombra infinita del dolore è ancora raggiunta da luci di speranza e rinascita. Il lavoro degli artisti è testimonianza che si fa carico dell’eredità dei martiri per trasmetterne, attraverso l’arte, la memoria. Coloro che sono scampati allo sterminio non amano, in genere, posare davanti alla macchina fotografica. L’opera di Malini e Gamero, però, intende recuperare il miracolo della memoria per consegnarla all’umanità.
Le fotografie, che mostrano i volti di Hanneli Pick-Goslar, Halina Birenbaum, Ruth Bondi, Lilly Ofek Kettner, Ruth Steindler Pardo, Goti Bauer, Tamara Deuel, Leah Gitter, Tatiana Bucci, Antonia Bezzecchi, Miriam Pinkhof e altre donne sopravvissute ai ghetti ed ai campi di morte, sono patrimonio dell’uomo di domani.
Da Todesfugue (Fuga di morte) di Paul Celan
Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo al mattino a mezzogiorno ti beviamo di sera
ti beviamo e beviamo
Un uomo abita nella casa gioca con i serpenti scrive
scrive quando è il crepuscolo in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo nel cielo una tomba dove non si sta stretti
Roberto Malini (artista poliedrico: scrittore, poeta, sceneggiatore, pittore, fotografo) e Steed Gamero (talento precoce che esprime la sua creatività attraverso pittura, fumetto, installazione artistica e, soprattutto, fotografia), hanno dedicato una serie di fotografie d’arte alle sopravvissute all’Olocausto, fissando con l’obiettivo i ricordi, i lineamenti, i segni, le tracce delle vittime e degli eroi. Le immagini - raccolte nella mostra “Capelli d’oro e di cenere. Donne nella Shoah” - colgono volti e oggetti di un mondo la cui ombra infinita del dolore è ancora raggiunta da luci di speranza e rinascita. Il lavoro degli artisti è testimonianza che si fa carico dell’eredità dei martiri per trasmetterne, attraverso l’arte, la memoria. Coloro che sono scampati allo sterminio non amano, in genere, posare davanti alla macchina fotografica. L’opera di Malini e Gamero, però, intende recuperare il miracolo della memoria per consegnarla all’umanità.
Le fotografie, che mostrano i volti di Hanneli Pick-Goslar, Halina Birenbaum, Ruth Bondi, Lilly Ofek Kettner, Ruth Steindler Pardo, Goti Bauer, Tamara Deuel, Leah Gitter, Tatiana Bucci, Antonia Bezzecchi, Miriam Pinkhof e altre donne sopravvissute ai ghetti ed ai campi di morte, sono patrimonio dell’uomo di domani.
Da Todesfugue (Fuga di morte) di Paul Celan
Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo al mattino a mezzogiorno ti beviamo di sera
ti beviamo e beviamo
Un uomo abita nella casa gioca con i serpenti scrive
scrive quando è il crepuscolo in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo nel cielo una tomba dove non si sta stretti
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Navi Pillay condanna l’esecuzione in un solo giorno di 34 persone in Iraq
Roma, 24 gennaio 2012. L’Alto Commissario per i Diritti Umani Navi Pillay si è detta sconvolta per l’esecuzione in un solo giorno di trentaquattro persone, tra le quali due donne, avvenuta in Iraq.
“Anche nel caso in cui fossero stati rispettati tutti gli standard di un processo scrupoloso ed equo, questo è un numero terribile di esecuzioni in un solo giorno” ha dichiarato Pillay.” Data la mancanza di trasparenza nei processi, sorgono serie preoccupazioni riguardo la possibilità di avere un processo giusto e corretto; inoltre la vasta gamma di reati per i quali la pena di morte può essere impostain Iraq rappresenta un dato davvero scioccante.” Più di 1200 persone sono state condannate a morte in Iraq dal 2004. il numero totale di persone effettivamente giustiziate non è noto, anche se si crede che almeno 63 persone siano state giustiziate solo negli ultimi due mesi( dal 16 novembre). La legge Irachena prevede circa quarantotto crimini per i quali può essere comminata la pena di morte, tra i quali anche crimini non mortali come, in alcune circostanze, il danneggiamento della proprietà pubblica. "La cosa più preoccupante", ha detto Pillay, "è che non si registra nessun caso di persone nel braccio della morte che siano state graziate, sebbene esistano casi ben documentati di confessioniestorte con la forza".
"Chiedo al Governo Iracheno una moratoria immediata alla pena di morte", ha dichiarato l'Alto Commissario, sottolineando come circa 150 paesi abbiano già abolito la pena di morte a livello legislativo o pratico, o introducendo appunto una moratoria.
Navi Pillay ha fatto riferimento alla risoluzione 62/149 dell'Assemblea Generale, adottata nel 2007, e a due successive risoluzioni, che invitano gli Stati membri delle Nazioni Unite a stabilire una moratoria alla pena di morte in vista della futura abolizione e ha inoltre esortato il governo iracheno "a fermare immediatamente tutte le esecuzioni e a rivedere i casi dei prigionieri attualmente nel braccio della morte ".
Per saperne di più:
http://www.ohchr.org/EN/Countries/MENARegion/Pages/IQIndex.aspx
Giacomo Ottonello
Information Office for Italy, the Holy See, Malta and San Marino
UNRIC - United Nations Regional Information Centre for Western Europe
“Anche nel caso in cui fossero stati rispettati tutti gli standard di un processo scrupoloso ed equo, questo è un numero terribile di esecuzioni in un solo giorno” ha dichiarato Pillay.” Data la mancanza di trasparenza nei processi, sorgono serie preoccupazioni riguardo la possibilità di avere un processo giusto e corretto; inoltre la vasta gamma di reati per i quali la pena di morte può essere impostain Iraq rappresenta un dato davvero scioccante.” Più di 1200 persone sono state condannate a morte in Iraq dal 2004. il numero totale di persone effettivamente giustiziate non è noto, anche se si crede che almeno 63 persone siano state giustiziate solo negli ultimi due mesi( dal 16 novembre). La legge Irachena prevede circa quarantotto crimini per i quali può essere comminata la pena di morte, tra i quali anche crimini non mortali come, in alcune circostanze, il danneggiamento della proprietà pubblica. "La cosa più preoccupante", ha detto Pillay, "è che non si registra nessun caso di persone nel braccio della morte che siano state graziate, sebbene esistano casi ben documentati di confessioniestorte con la forza".
"Chiedo al Governo Iracheno una moratoria immediata alla pena di morte", ha dichiarato l'Alto Commissario, sottolineando come circa 150 paesi abbiano già abolito la pena di morte a livello legislativo o pratico, o introducendo appunto una moratoria.
Navi Pillay ha fatto riferimento alla risoluzione 62/149 dell'Assemblea Generale, adottata nel 2007, e a due successive risoluzioni, che invitano gli Stati membri delle Nazioni Unite a stabilire una moratoria alla pena di morte in vista della futura abolizione e ha inoltre esortato il governo iracheno "a fermare immediatamente tutte le esecuzioni e a rivedere i casi dei prigionieri attualmente nel braccio della morte ".
Per saperne di più:
http://www.ohchr.org/EN/Countries/MENARegion/Pages/IQIndex.aspx
Giacomo Ottonello
Information Office for Italy, the Holy See, Malta and San Marino
UNRIC - United Nations Regional Information Centre for Western Europe
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